METAFISICA - SCIENZE ASTRATTE

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METAFISICA

PARAPSICOLOGIA E METAFISICA

METAFISICA
di Andrea Fontana
2011

La Metafisica fa parte della Filosofia ed è strettamente collegata all'Ontologia.

L'etimologia del termine 'metafisica' proviene dal greco antico: μετά τα Φυσικά, "metá ta Physiká" e deriva dalla catalogazione dei libri di Aristotele, nell'edizione di Andronico da Rodi (I secolo a.C.), nella quale la trattazione dell'essenza della realtà fu collocata 'dopo' (in greco μετά,"meta") quella della 'natura' (in greco Φυσικά, la "fisica”). Poi il prefisso"meta" assunse il significato di "al di là”, “sopra”, “oltre".
Tuttavia questa etimologia può essere fuorviante per descrivere una disciplina definita da Aristotele come scienza delle "cause prime" nella sua opera intitolata “Metafisica”.
Con la morte di Aristotele la sua biblioteca fu ereditata dal suo discepolo Teofrasto, la quale conteneva, oltre alle opere pubbliche degli altri filosofi e dello stesso Aristotele, anche i suoi scritti privati riservati alla stretta cerchia dei suoi allievi, e tra questi vi era la Metafisica. A sua volta morto Teofrasto, il discepolo di entrambi Neleo, ereditò la sua bliblioteca insieme a quella di Aristotele, che la trasportò nella sua patria, a Scepsi, nella Troade. In quel luogo, i suoi eredi, per sottrarla alle ricerche dei sovrani di Pergamo e di Alessandria, che intendevano arricchire le proprie raccolte acquistando tutte le opere importanti su cui riuscivano a metter mano, la nascosero in un sotterraneo, dove rimase abbandonata e quasi ignorata fino verso il 100 a.C., anno in cui il bibliofilo Apellicone la scoprì e la portò ad Atene. Quando nell'86 a.C. Silla conquistò Atene, fece portare i preziosi manoscritti a Roma, dove furono affidati ad Andronico da Rodi, affinchè ne curasse l'edizione completa. Egli li suddivise e, poichè dopo avere ordinato le opere di "Fisica", si era trovato davanti a un gruppo di 14 opuscoli senza nome, decise di chiamarli "Tà metà tà physikà" = libri "che vengono dopo la fisica"; poichè essi trattano argomenti che non si trovano nel mondo fisico, ma vanno oltre, sono cioè "metafisici": tutto ciò costituiva per Aristotele la"prote philosophia" = la "filosofia prima".

Al di fuori della Filosofia analitica, la Metafisica e l’Ontologia sono spesse volte state dichiarate morte, ma invece sono molto vive al loro interno, come dimostra l'aumento di Enciclopedie sul tema (Burkhardt e Smith, 1991; Kim e Sosa, 1995), Introduzioni (Campbell, 1976; Loux, 1998; Jubien, 1997; Runggaldier e altri, 1998),  Raccolte (Mulligan, 1991; Poli e Simons, 1996; Kim e Sosa, 1999; Tooley, 1999) e Bibliografie specializzate (Casati e Varzi, 1997), così come le loro condizioni di possibilità, ossia i lavori di molti studiosi in ogni parte del pianeta.
Nel corso del tempo sono stati usati vari metodi di studio per la Metafisica: la dialettica da Platone e da Hegel; l'induzione o risoluzione da Aristotele e da san Tommaso d'Aquino; la deduzione o composizione da Proclo, da Spinoza e da Leibniz; l'intuizione da Bergson; l'ermeneutica esistenziale da Heidegger; l'analisi fenomenologica transcendentale da Kant e da Husserl; solo per citare gli studiosi più approfonditi.
Dobbiamo considerare che i metodi usati per lo studio della Metafisica sono totalmente diversi dai metodi usati dalla "Scienza Concreta", la quale si basa essenzialmente sul calcolo esatto del ripetersi dei fenomeni fino a determinare le leggi che li governano, ma si tratta di Leggi Fisiche, invece la Metafisica si riferisce alle Leggi Spirituali, perché fa parte delle "Scienze Astratte".
La Metafisica va oltre gli elementi contingenti dell'esperienza sensibile e si occupa degli aspetti ritenuti più autentici e fondamentali della “realtà”, secondo la prospettiva più ampia e universale possibile. Essa mira allo studio degli “enti” «in quanto tali» nella loro interezza, a differenza delle Scienze Concrete, che generalmente si occupano delle loro singole determinazioni empiriche, secondo punti di vista e metodologie particolareggiate nei più piccoli dettagli.
La Metafisica, nel tentativo di superare gli elementi instabili, mutevoli, e accidentali dei fenomeni, si concentra su ciò che considera eterno, stabile, necessario, assoluto, per cercare di cogliere le strutture fondamentali dell'essere. In quest'ottica, i rapporti tra Metafisica e Ontologia sono molto stretti, tanto che fino dall'antichità si è racchiuso il senso della Metafisica nell'incessante ricerca di una risposta alla domanda fondamentale «perché esiste l'essere piuttosto che il nulla?».
All'ambito della ricerca della Metafisica Classica appartengono problemi quali la questione dell'esistenza di Dio, dell'immortalità dell'Anima, dell'essere "in sé", dell'origine e delle ragioni dell'esistenza del Cosmo, nonché la questione dell'eventuale relazione fra la trascendenza dell'Essere e l'immanenza degli “enti materiali”, ovvero la differenza ontologica.

Storia della Metafisica

Gran parte della Metafisica occidentale è proveniente dal pensiero di Socrate (469-399 a.C.) e in particolare dalla sua convinzione di «sapere di non sapere». Questa affermazione, pur ammettendo l'impossibilità di approdare a una forma di sapienza vera e certa, scaturiva dall'intima consapevolezza dell'esistenza di una verità ultima, rispetto alla quale egli si riconosceva appunto come ignorante.
Successivamente Platone (427-347 a.C.) e poi Aristotele (384-322 a.C.)  riferendosi al dubbio socratico, hanno arguito che non si può affermare l'inconoscibilità di una realtà senza averla con ciò stesso implicitamente ammessa, seppure su un piano puramente ontologico, cioè della sola esistenza. Platone ha identificato la realtà ultima, oggetto dell'indagine di Socrate, col termine di idea, distinguendo nettamente il processo logico conoscitivo attraverso cui approdarvi (dialettica), dalla dimensione dell'essere, collocata su un piano trascendente: «Chi riesce a vedere l'intero è filosofo, chi no non lo è» (Platone, Repubblica, VII, 537 c)..
Elevarsi a questa "Scienza superiore" significa riuscire a cogliere l'intero. 
Aristotele, in seguito, ha definito più chiaramente la Metafisica come 'Filosofia prima', come la scienza che ha per oggetto l'ente in quanto tale, a prescindere dalle sue particolarità sensibili e transitorie: «Esiste una scienza che studia ciò che è in quanto è, e le proprietà che gli appartengono per la sua stessa natura. Questa scienza non si identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari, infatti nessuna delle altre ha come suo oggetto di indagine ciò che è in quanto è universalmente, ma ognuna per proprio conto ne delimita una parte di essere per studiare le caratteristiche di questa» (Aristotele, Metafisica, IV, 1003 a).
Inoltre, anche secondo Aristotele non è il pensiero logico-deduttivo a dare garanzia di verità, bensì l'intuizione, perchè consente di cogliere l'essenza della realtà fornendo dei principi validi e universali, da cui il sillogismo trae soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse. Pur rivalutando l'importanza induttiva dei sensi, la conoscenza empirica non ha per Aristotele un valore logicamente necessario, fungendo unicamente da avvio di un processo che culmina con l'intervento di un trascendente intelletto attivo. L'intuizione suprema è quindi per lui il "pensiero di pensiero", proprio dell'atto puro.
Nel periodo del tardo ellenismo Plotino (204-270 a.C.) ha accentuato la distinzione tra il piano della realtà metafisica (collocata al di là dell'opera mediatrice della ragione) e quello della realtà sensibile e terrena. Egli ha distinto vari gradi dell'essere: quello discorsivo-dialettico, identificato con l'Anima; quello intuitivo-intellettuale, identificato col Nous o Intelletto; e infine quello dell'Uno, irraggiungibile neppure dal pensiero intuitivo ma solo con l'estasi mistica, quando la coscienza naufraghi totalmente in Dio. Plotino ha formulato in questo modo una teologia negativa, secondo cui la fonte della conoscenza e della razionalità non può essere a sua volta razionalizzata, ma ci si può avvicinare ad essa solo per progressive approssimazioni, dicendo non cosa essa è, ma semmai cosa non è, fino a eliminare ogni contenuto dalla coscienza. L'Uno così da un lato risulta totalmente inconoscibile e ignoto, dall'altro lato però va ammesso come meta e condizione del filosofare stesso.

               

Busti in marmo di Socrate, Platone, Aristotele e Plotino

Il pensiero infatti ha un senso solo se esiste una Verità da cui esso emana. Questa è stata la base della successiva teologia di Agostino d'Ippona (354-430 a.C.) per il quale la verità che «illumina ogni uomo» è la sua stessa essenza.
Nell'ambito della scolastica, il filosofo e teologo Alberto Magno (1206-1280) si è occupato di questi temi nella sua opera “Metafisica, un commento all'opera di Aristotele”, del quale ha cercato di conciliare il pensiero con le verità della fede cristiana.
Anche per il suo allievo Tommaso d'Aquino (1225-1274) il contenuto della fede non può contraddire il contenuto della ragione naturale, che anzi è in grado di fornire quei «preamboli» capaci di elevare alla fede. Con la ragione, ad esempio, si può arrivare a conoscere «il fatto che Dio è»"de Deo quia est": citazione in "Summa contra Gentiles", I, 3. 
Senza questa premessa non si potrebbe credere che Gesù ne sia il Figlio. Lo stesso Aristotele, sebbene non esistesse ancora la rivelazione cristiana, aveva sviluppato secondo Tommaso d'Aquino un sapere filosofico in accordo con tale rivelazione. La grazia della fede quindi non distrugge ma completa la ragione, orientandola verso la meta finale già indicata dalla metafisica aristotelica, che è la conoscenza della verità, contenuto fondamentale della «filosofia prima». La verità è il fine ultimo dell'intero universo, che trova senso e spiegazione nell'intelletto di Dio che l'ha creato. (Tommaso d'Aquino, "Summa contra gentiles", I, 1.)
Compito del sapiente è dunque quello di rivolgersi alla verità, come del resto la stessa divina Sapienza si è incarnata «per rendere testimonianza alla Verità» (dal Vangelo di Giovanni, XVII, 37).
Niccolò Cusano (1401-1464) ha formulato una metafisica basata su quella che era stata definita teologia negativa nelle opere risalenti al V secolo attribuite a Pseudo-Dionigi l'Areopagita, affermando, e interpretando Socrate secondo la scuola di pensiero risalente a Platone, che “vero sapiente è colui che, sapendo di non sapere, possiede perciò una dotta ignoranza: da un lato riconosce che Dio è al di là di tutto, persino del pensiero, ed è perciò irraggiungibile dalla filosofia; dall'altro però Dio va ammesso quantomeno sul piano dell'essere, perché è la meta a cui la ragione aspira.”

La Filosofia deve culminare così nella Religione.

              


 Ritratti di sant'Agostino d'Ippona, sant'Alberto Magno, san Tommaso d'Aquino e Niccolò Cusano


Quella di Cusano è stata la base della Filosofia del Rinascimento, durante il quale si assiste a una fioritura del pensiero platonico, i cui massimi esponenti sono stati Marsilio Ficino (1433-1499) e Giordano Bruno (1548-1600).
Anche Tommaso Campanella (1568-1639), superando la visione sensistica di Bernardino Telesio (1509-1588), ha elaborato una metafisica risalente al neoplatonico Sant'Agostino, che vedeva nell'uomo il marchio della Trinità cristiana. Secondo Campanella l'essere è strutturato nelle tre essenze primarie: potenza (Padre), sapienza (Spirito), amore (Figlio). Queste possono essere così riassunte:
= ogni ente è tale perché ha la Potenza, cioè la possibilità di essere;
= ma il sapere è costitutivo dell'essere, perché chi non sa di essere, per se stesso è come se non esistesse;
= il fatto di sapere di essere è provato dall'amore di se stesso, per cui chi non sa, non ama se stesso.
Avere coscienza di sé, il pensare (il cogito, dirà Cartesio) è dunque per Campanella la condizione prima dell'essere (ergo sum). Mentre tuttavia la filosofia di Campanella si è limitata a indicare le condizioni che dal sapere portano all'essere senza avere la pretesa di produrle da sé, per Cartesio invece la filosofia stessa diventerà qualificante dell'essere. Campanella si è mantenuto in un ambito metafisico-religioso, e quindi per lui il modo in cui il sapere diventa costitutivo dell'essere non è mediato dalla ragione filosofica, né da alcun metodo.

        

Statue e ritratti di Marsilio Ficino, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Bernardino Telesio


Con Cartesio, nome italianizzato di René Descartes (1596-1650) è accaduta una svolta, nel tentativo di rompere appunto questo legame con la Religione, egli ha cercato di costruire un sistema metafisico autonomo, basato sulla ragione: presumendo di aver dimostrato logicamente l'esistenza di Dio, egli se ne è servito come mezzo anziché come fine, per fondare a sua volta la logica stessa. In tal modo l'essere risulta, in virtù del “Cogito ergo sum”, sottomesso alla Ragione, la quale si assume (tramite il Metodo) il compito di distinguere il vero dal falso. Ne è derivata una frattura tra la dimensione gnoseologica (cioè della conoscenza) e quella ontologica, tra “res cogitans” e “res extensa”. Il sistema cartesiano ha subito per questo le critiche di alcuni suoi contemporanei.
Successivamente Baruch Spinoza (1632-1677) ha cercato di ricomporre il dualismo cartesiano ricollocando l'intuizione al di sopra del pensiero razionale.
Anche Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716), pur suddividendo l'Essere in un numero infinito di monadi, ha affermato che esse sono però tutte coordinate secondo un'armonia prestabilita da Dio.
Per Christian Wolff (1679-1754) la filosofia teorica è costituita anzitutto dall'ontologia come metafisica generale, che si pone come preliminare rispetto alla distinzione delle tre metafisiche speciali su 'anima, mondo e Dio', da cui derivano tre scienze: psicologia razionale, cosmologia razionale e teologia razionale. Queste tre scienze sono dette 'razionali' in quanto né empiriche né dipendenti dalla rivelazione. Eppure questo schema, che verrà ripreso da Kant tenendo conto delle obiezioni del criticismo anglosassone, è il corrispettivo filosofico della triade “creatura religiosa, creato e Creatore”, nonché delle tre tentazioni di Gesù e delle connesse tre rinunce battesimali.

           


Ritratti di Cartesio, Spinoza, Leibniz e Wolff


La Metafisica era intanto divenuta oggetto di critica a partire dal XVIII secolo con l'empirista inglese John Locke (1632-1704), come racconta lo stesso filosofo nell'Epistola al lettore, posta come premessa al Saggio sull'intelletto umano, trovandosi a discutere nella sua camera cinque sei amici su argomenti di morale e di religione rivelata: «subito dovettero arrestarsi per le difficoltà che emergevano da ogni parte. Dopo esserci un po' tormentati, senza avvicinarci alla soluzione dei dubbi che ci angustiavano, mi venne in mente che avevamo preso una strada sbagliata, e che, prima di accingerci a ricerche di questa natura, era necessario esaminare le nostre capacità, e vedere quali oggetti le nostre intelligenze erano o non erano adatte a trattare. Proposi questo ai miei compagni, che prontamente furono d'accordo; perciò fu stabilito che questa sarebbe stata la nostra prima ricerca.»
È dunque la scoperta dell'impossibilità conoscitiva della metafisica che ha portato Locke al “criticismo” che troveremo alla base della filosofia kantiana e dell'Illuminismo: infatti “la ragione” instaurerà una sorta di tribunale e stabilirà quali argomenti rientrano nei suoi limiti e quali vanno esclusi e tra questi ogni ragionamento che riguardi la metafisica.
David Hume (1711-1776), proseguendo sulla strada tracciata da John Locke, ha considerato fallace non solo ogni "metafisica" ma anche la stessa pretesa delle “scienze” che con la presunta immutabilità delle leggi scientifiche credevano di andare oltre i limiti della ragione che rivelava come non necessariamente causale il rapporto, che sempre tale era stato considerato, tra appunto una causa e un effetto.
La necessità di trovare un fondamento teorico alla conoscenza scientifica (Critica della ragion pura) nasceva proprio dalla dottrina di Hume che aveva dimostrato con la sua critica al rapporto di causa-effetto, come fosse impossibile fare affermazioni su ogni realtà che andasse oltre i limiti dell'esperienza. Il rapporto causa-effetto infatti si riduceva per Hume ad una serie di constatazioni per cui se ad ogni causa simile seguiva un effetto simile, nasceva in noi un'aspettativa per la quale, verificandosi ancora una volta una causa simile alle precedenti ci si aspettava che si presentasse necessariamente l'effetto corrispondente. Ma in effetti nulla ci garantisce che questo debba necessariamente verificarsi. Il rapporto causa-effetto quindi si riduce ad uno stato d'animo d'attesa, soggettivo, che nulla ci assicura che debba essere soddisfatto. La validità delle leggi scientifiche, basate sul rapporto causa-effetto non era più quindi garantita per l'avvenire ma era tale solo per il passato. Questo accadeva per un'antitesi inconciliabile tra la ragione umana che aspira a leggi universali e l'osservazione empirica che fornisce solo casi singoli.
Immanuel Kant (1724-1804), nel suo saggio del 1764: “I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica” si è riconosciuto debitore di Hume che lo ha fatto uscire dal dogma metafisico ma ha rifiutato il suo scetticismo secondo il quale gli stessi fatti empirici non sono certi, ma si riducono a semplici impressioni che poi si traducono in idee, copie sbiadite delle sensazioni, che conserviamo solo per l'utilità della vita. Hume quindi ha concluso come fosse impossibile un sapere scientifico, un sapere autentico, stabile e sicuro, che Kant invece si è incaricato di rifondare proprio nell'Estetica trascendentale.
La validità della metafisica si è ritrovata per Kant nei "postulati della ragion pratica": quelle che erano le tre idee della Ragione metafisica, ossia “l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, l'infinito” che non trovavano spiegazione nella dialettica trascendentale e che dimostravano l'illusorietà e l'inganno della metafisica quando pretendeva di presentarsi come scienza, ora quelle stesse idee fallaci sul piano teorico acquistano invece valore sul piano pratico, morale, divengono corollari della legge morale che voglia conseguire il "sommo bene" inteso come il bene più completo. (Critica della ragion pratica)

                 

Ritratti di Locke, Hume e Kant


Successivamente la riflessione kantiana sull'inconoscibilità metafisica della “cosa in sé” è stata dapprima ripresa dalla filosofia idealista romantica di Fichte e Schelling, i quali hanno intravisto tuttavia la possibilità di definire per via negativa l'Assoluto, accedendovi cioè indirettamente, definendo piuttosto cosa esso non è, tramite un progressivo avvicinamento secondo il metodo neoplatonico della teologia negativa, Hegel si era proposto invece di rifondare razionalmente la Metafisica, credendo di poter racchiudere l'infinito in una definizione completa e definitiva, da cui si arriva al periodo dell'Idealismo tedesco.
Il criticismo di Kant, pur negando valore alla Metafisica, le aveva riaperto la strada.
L'Io penso trascendentale come datore di senso, unificatore dell'esperienza fenomenica, che in lui era oggetto di ricerca scientifica, divenne per gli Idealisti oggetto di ricerca metafisica.
Fichte, che è considerato il fondatore dell'Idealismo tedesco, si è interrogato sul fondamento della realtà; la risposta prenderà le mosse proprio dall'Io penso kantiano, trasformato, enfatizzato.
Mentre la metafisica tradizionale si basava sulla corrispondenza tra forme dell'essere e forme del pensiero, secondo Kant questa corrispondenza non sussisteva, perché il noumeno (l'essere in sé), è inconoscibile, essendo del tutto estraneo al soggetto conoscente.
Ma il pensiero kantiano si era arenato così nella duplice accezione di noumeno (positiva e negativa) ed è proprio da questa frattura che è nato l'Idealismo
Friedrich Heinrich Jacobi (1743-1819) ha obiettato che se il noumeno sia inconoscibile, allora non si potrebbe neppure postularne l'esistenza. 
Karl Leonhard Reinhold (1758-1823) allora, nel Saggio su una nuova teoria della facoltà umana della rappresentazione, ha proposto di unificare fenomeno e noumeno, materia e forma, vedendoli non più come i termini opposti di una contraddizione, ma originati dalla stessa attività unificatrice del soggetto. Secondo Reinhold, la cosa in sé non è pertanto qualcosa di esterno al soggetto, ma è un puro concetto (limite) appartenente alla sua stessa rappresentazione, la quale consta contemporaneamente sia di spontaneità (attiva), che di recettività (passività dei sensi).
Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), partendo dalle posizioni di Reinhold, ha intuito che, se l'Io non è più limitato dal noumeno nella sua attività conoscitiva, cioè da un limite esterno che lo renda finito, allora è un “Io infinito”. Fichte ha proposto una visione completamente incentrata sull'Io, concepito non come una realtà di fatto, bensì come un atto, un agire dinamico, come attività pensante, per cui questa superiore attività (inconscia) costituisce l'unità originaria e immediata sia del soggetto che dell'oggetto, nella quale il noumeno, cioè il non-io, che di una simile attività è il prodotto, viene posto inconsciamente dal soggetto stesso, per rispondere a un'esigenza di natura altamente etica.
Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854), discepolo di Fichte, ha seguito questa strada, come personaggio di primo piano dell'idealismo e amico di importanti esponenti del Romanticismo tedesco (Goethe, Novalis, Schlegel,Hölderlin, Hegel). Schelling ha ripreso da Fichte l'idea dell'infinità dell'uomo, ma ha mostrato interesse anche per la natura e ben presto ha criticato l'Io fichtiano in quanto pura soggettività, e ha posto a principio della sua filosofia l'Assoluto, concetto fondamentale della metafisica, quale unione immediata di spirito e materia, pensiero ed estensione, Ragione e Natura. Secondo Schelling, la tensione verso la trascendenza si ricompone nel momento estetico dell'arte, mentre secondo Fichte si ricomponeva invece nell'agire etico.

              

Ritratti di Jacobi, Reinhold, Fichte e Schelling


Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) si considerava lui stesso il culmine della corrente, nella quale Fichte rappresenterebbe “l'idealismo soggettivo", Schelling “l'idealismo oggettivo", e quindi Hegel “l'idealismo assoluto", seguendo lo schema di "tesi-antitesi-sintesi" da lui stesso elaborato. L'unità di soggetto e oggetto, essere e pensiero, è divenuto però in Hegel non più un'unità immediata, bensì mediata dalla ragione dialettica. L'idealismo hegeliano ha segnato infatti l'abbandono della logica formale di stampo parmenideo e aristotelico (detta anche logica dell'identità o di non-contraddizione), in favore di una nuova logica cosiddetta sostanziale. L'essere non è più staticamente opposto al non-essere, ma viene fatto coincidere con quest'ultimo trapassando nel divenire.
L'idealismo hegeliano, che ha risolto tutte le contraddizioni della realtà nella Ragione assoluta e per questo sarà chiamato panlogismo, ha avuto un esito immanentistico, riconoscendo in se stesso, e non più in un principio trascendente, la mèta e il traguardo ultimo della Filosofia. La ragione infatti si riconcilia con il reale non (come hanno sostenuto Fichte e Schelling) ritornando alla sua origine indistinta, ma all'interno e alla fine del percorso dialettico stesso. E' stata l'apoteosi della “metafisica razionale” ma anche il punto in cui questa si è esaurita, portando a soluzione tutte le contraddizioni, è stata risolta e vanificata quella tensione ideale del finito verso l'infinito, dell'uomo verso Dio, tipica della metafisica classica.
All'idealismo hegeliano si è opposto, oltre allo stesso Schelling, anche Arthur Schopenhauer (1788-1861), il quale ha visto nella “pratica accademica del tempo” la mera affermazione di filosofie statali e oscurantiste, promosse e incentivate dal teismo e dalla religione cristiana. La sua filosofia contiene alcuni elementi dell'illuminismo, di Platone, del romanticismo e del kantismo, fondendoli con la suggestione esercitata dalle dottrine orientali, specialmente quella buddhista e induista, creando una sua originale concezione che ebbe una straordinaria influenza, a volte anche rielaborata completamente, sui filosofi successivi, ad esempio su Friedrich Nietzsche e, in generale sulla cultura europea contemporanea e successiva, inserendosi nella corrente della filosofia della vita.
Molto valida è l'affermazione di Schopenhauer: "Tutte le verità passano attraverso tre stadi: primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti."
La sua filosofia è molto articolata. Nella sua opera giovanile, che contiene già gran parte del suo pensiero, poi riedita con aggiunte "Il mondo come volontà e rappresentazione" Schopenhauer sostiene che il mondo è fondamentalmente ciò che ciascun uomo vede ("relativismo") tramite la sua volontà. La sua analisi pessimistica lo porta alla conclusione che i desideri emotivi, fisici e sessuali, che presto perdono ogni piacere dopo essere stati assecondati, ed infine divengono insufficienti per una piena felicità, non potranno mai essere pienamente soddisfatti e quindi andrebbero limitati, se si vuole vivere sereni. La condizione umana è completamente insoddisfacente, in ultima analisi, e quindi estremamente dolorosa. Di conseguenza, egli ritiene che uno stile di vita che nega i desideri, simile agli insegnamenti ascetici dei Vedanta e delle Upanishad dell'induismo, del Buddhismo delle origini, e dei Padri della Chiesa del primo Cristianesimo, nonché una morale della compassione, è quindi l'unico vero modo, anche se difficile per lo stesso filosofo, per raggiungere la liberazione definitiva, in questa vita o nelle successive. Sull'esistenza di Dio, Schopenhauer è invece ateo, almeno per quanto riguarda la concezione occidentale moderna. Egli non nutriva né considerazione né fiducia alcuna nella massa degli esseri umani, per cui è giunto alla misantropia.

Successivamente la Metafisica è stata criticata dal positivismo di Auguste Comte (1798-1857), ed il pensiero filosofico contemporaneo ha criticato ogni filosofia che avesse la pretesa di spiegare in modo definitivo ed universale tutta la realtà.
Altre critiche distruttive alla metafisica sono provenute dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900), seguendo la vena critica più indiretta, ma non meno efficace dei suoi predecessori Montaigne e Emerson, egli ha individuato la genesi di ogni metafisica in Platone, ovvero nel tentativo filosofico di promulgare una duplicazione del reale, sostanziata nella creazione di una prospettiva oltremondana (l'ideale platonico), attraverso cui valutare, o meglio svalutare, la prospettiva mondana, terrena, reale. Nietzsche ha individuato nella metafisica (e nella religione che egli ha chiamato “metafisica per il popolo”) null'altro che la proiezione verso l'esterno di incertezze connaturate al genere umano, quindi una forma di opposizione passiva alla vita, nonché una reazione fisiologica all'impossibilità di sopportare l'angoscia di un mondo che "danza sui piedi del caos" e obbliga l'uomo a cercare un senso che stia fuori dal mondo, piuttosto che in esso.

           


Hegel, Schopenhauer, Comte e Nietzsche


La Metafisica ha recuperato una collocazione per così dire "lecita" nel Pragmatismo, secondo cui idee e valori avrebbero una legittimità aprioristica fondata sul loro immediato interesse pragmatico, ovvero concretamente spendibile nell'esperienza. Quindi seppure le concezioni metafisiche non siano passibili di verificabilità empirica, avrebbero comunque il merito pratico di guidare concretamente l'azione dell'uomo, di orientare le sue decisioni.
Il Novecento filosofico ha portato, seppure per vie diverse e sulla base di teorizzazioni eterogenee o fra loro incompatibili, altri pesanti attacchi alla Metafisica.

L'anti-Metafisica

Tra i più illustri anti-metafisici va ricordato Ludwig Wittgenstein (1889-1951), che muovendo dall'elaborazione della logica di Friedrich Ludwig Gottlob Frege (1848-1925) e Bertrand Russell (1872-1970), e cercando di sancire definitivamente i limiti del linguaggio, ha individuato nella prassi metafisica la trascendenza dei limiti di significanza del linguaggio umano; celebre è la sua definizione di metafisica, indicata come qualcosa che sorge "quando il linguaggio fa vacanza". Tradotto in termini immediati, Wittgenstein ha ritenuto che le questioni trattate dalla metafisica non possano avere in nessun modo una soluzione definitiva, in quanto più che problemi filosofici esse si attengono a problemi linguistici, sorti sulla base di un fraintendimento logico delle pertinenze del linguaggio stesso. Da cui la convinzione wittgensteiniana che i problemi metafisici non siano nemmeno problemi, poiché un problema per essere posto, deve essere chiaramente e inequivocabilmente formulato.
L'anti-metafisica di Wittgenstein è stata poi raccolta dal “Circolo di Vienna” e dal “Positivismo logico”, che ne ha approfondito e integrato alcuni aspetti impliciti, nel tentativo di edificare una filosofia il più possibile fondata su teorie e pratiche della scienza formale; formulazione che si sostanzia nella teoria del verificazionismo.

             

Wittgenstein, Gottlob Frege e Russell


In seguito alcuni filosofi, tra cui principalmente Karl Popper (1902-1944), hanno sconfessato la stessa teoria verificazionista, fondata sull'assunto che ogni enunciato filosofico dovrebbe essere passibile di verifica empirica, come pura metafisica. La verifica di tutti i casi positivi non può in nessun caso provare alcunché, né può essere praticamente applicata; molto più utile alla metodologia scientifica è la ricerca di casi falsificanti, ovvero sconfessanti la teoria originaria. Popper ha assunto nei riguardi della metafisica un atteggiamento più moderato rispetto ai neopositivisti logici, sostenendo che essa può trovare cittadinanza presso la pratica filosofica, a patto che dalla speculazione filosofica sia poi possibile desumere teorie scientifiche falsificabili. Le proposizioni metafisiche per Popper hanno tra l'altro perfettamente un senso, nella misura in cui seguono il metodo rigoroso della logica formale, cioè mostrano di essere interiormente coerenti. Non hanno dunque soltanto un mero valore suggestivo o soggettivo.
Martin Heidegger (1889-1976) da un altro punto di vista muove la critica alla metafisica, che tuttavia va piuttosto considerata come una prospettiva di interpretazione storico-filosofica, piuttosto che una critica volta a negarne le ragioni e la necessità. In particolare, Heidegger concepisce la storia della metafisica come una manifestazione nel pensiero della storia dell'essere stesso: "l'essere si dà, si rivela nel pensiero attraverso le definizioni che di esso hanno dato nel tempo i vari pensatori, le varie forme culturali, concependolo ad esempio come Idea, come Valore, come Ente supremo, come Monade, come Volontà di potenza, fino a ridurlo a Niente, cioè letteralmente al non-ente, a un che di ignoto e inconoscibile (nichilismo)". La critica di Heidegger alla metafisica è quindi in realtà un tentativo di ripensare l'Essere nella sua originarietà, riportandosi al di qua di tutta la tradizione filosofica che, da Platone in poi, elaborando la Metafisica, ha condotto l'Essere al suo oblio: la Metafisica diviene così uno dei modi entro cui si è manifestato, storicamente, l'Essere stesso, paradossalmente mediante il suo occultamento concettuale.
Rudolf Carnap (1891-1970) ha scritto nel 1931 l'articolo "Il superamento della metafisica tramite l'analisi logica del linguaggio", in cui ha sostenuto che in un linguaggio deve essere presente un vocabolario ed una sintassi, ovvero un gruppo di parole e delle regole che permettano la costruzione di enunciati e ne legiferino la costruzione stessa; concordemente a ciò egli ha sostenuto che dal linguaggio è anche possibile trarre "pseudo-proposizioni" ovvero enunciati correttamente formati, ma contenenti parole prive di significato, oppure enunciati composti di parole in sé significanti, ma costruiti nella violazione delle regole sintattiche. Carnap ha analizzato nel suo articolo un paragrafo del libro "Cos'è la metafisica?" di Heidegger, in cui ha scritto questi brani:
“Ma allora perché ci preoccupiamo di questo niente? La scienza appunto rifiuta il niente e lo abbandona come nullità [...] La scienza non vuol saperne del niente [...] Che ne è del niente? [...] C'è il niente solo perché c'è la negazione? Oppure è vero il contrario, ossia che c'è la negazione e il non solo perché c'è il niente? Il niente è la negazione completa della totalità dell'ente. [...] L'angoscia rivela il niente.”
L'analisi di Carnap ha sostenuto che non è possibile trarre un enunciato osservativo che possa verificare le proposizioni contenute in questo paragrafo. Inoltre Carnap ha accusato Heidegger di utilizzare la parola "nulla" come se corrispondesse ad un oggetto, essendo invece essa la negazione di una proposizione possibile.
In linea generale la critica rivolta da Carnap alla metafisica è dunque quella di esprimersi per "pseudo-proposizioni", ovvero proposizioni solo apparentemente dotate di significato. La svalutazione della metafisica non è stata tuttavia generalizzata da Carnap, il quale le ha riconosciuto un grande ruolo ad esempio nelle varie arti, ciò che le ha negato è la possibilità di avere una funzione conoscitiva.
Ancora, nel Novecento russo, la metafisica è stata interpretata secondo i termini di una originale metafisica concreta dal pensatore e mistico Pavel Aleksandrovič Florenskij (1882-1937).

              

Popper, Heidegger, Carnap e Florenskij



Rapporti tra Scienza e Metafisica


Sin dalle sue origini la Metafisica è stata sostanzialmente identificata con l'Episteme, termine greco che oggi traduciamo con Scienza. Per Platone tuttavia la Metafisica riguardava un tipo di riflessione umana che precede la speculazione scientifica stessa, tenendo egli in scarsa considerazione la ricerca naturalistica in quanto "volgare" e inessenziale, mirando piuttosto a vedere l'invisibile.
Non era così per Aristotele per il quale la Metafisica, o meglio la Filosofia, la “Scienza prima”, si assumeva il compito di fornire alle Scienze che trattavano l'essere particolare, la necessaria definizione dell'essere in quanto essere, per cui non era possibile definire l'essere particolare, punto di partenza di ogni "scienza particolare" se prima non si definiva l'essere in generale.
La Metafisica quindi è nata con la funzione di base "scientifica" di tutte le Scienze particolari.
Dopo che l'Empirismo anglosassone ha svalutato il contributo dato dalla Metafisica al sapere scientifico, riconducendo quest'ultimo all'ambito esclusivo dell'esperienza, Kant ha capovolto il modo di intendere la Scienza, per cui non è l'osservazione dei fenomeni a plasmare le nostre conoscenze, ma sono le nostre categorie mentali a plasmare la visione che abbiamo del mondo. E' stato così in parte rivalutato l'apporto della Metafisica, al punto che l'idealista Fichte ha intitolato la sua opera fondamentale “Dottrina della scienza”.
Con l'avvento del "Positivismo" la Metafisica è stata di nuovo estromessa dal dibattito scientifico, anche se, nel primo Novecento, Einstein ha riproposto un modello di conoscenza in cui le leggi di causa-effetto della Fisica non erano più intese in senso meccanico, ma come specchio delle leggi razionali del pensiero, secondo il pensiero tipicamente di Spinoza.
Karl Popper ha intravisto nella “falsificabilità”, cioè nella possibilità di essere contraddetta dall'esperienza sensibile, il criterio di demarcazione tra Scienza e Metafisica. Egli tuttavia, nel suo itinerario filosofico, ha sempre più rivalutato il ruolo della Metafisica, attribuendole, come Kant, una funzione di stimolo al progresso della scienza stessa, per cui ha scritto: «Non penso più come un tempo che ci sia una differenza fra scienza e metafisica, e ritengo che una teoria scientifica sia simile a una metafisica; ... nella misura in cui una teoria metafisica può essere razionalmente criticata sarei disposto a prendere sul serio la sua rivendicazione ad essere considerata vera» da: Karl Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1972.
Tutte le teorie, scientifiche e non scientifiche, partono secondo Popper da assunti metafisici, cioè non scaturiscono da procedimenti induttivi originati dalla sperimentazione della realtà, ma nascono da processi mentali intuitivi espressi in forma deduttiva. Il controllo empirico, che per Popper è restato comunque fondamentale, ha valore non in quanto conferma la teoria, ma viceversa per la possibilità di smentirla. La sperimentazione svolge dunque una funzione importante, ma unicamente negativa, poichè non costruisce, bensì demolisce. Il compito di costruire è affidato invece al pensiero, all'immaginazione, ovvero alla metafisica.
Popper è giunto a queste conclusioni soprattutto dopo essere stato impressionato dalla formulazione della “teoria della relatività” di Albert Einstein (1879-1955), elaborata non a seguito di esperimenti pratici, ma sulla base di calcoli fatti unicamente a tavolino, i quali successivamente non sono stati smentiti dagli eventi.
Popper si è spinto persino ad affermare che le stesse osservazioni empiriche sono impregnate di teoria, e dunque l'elemento metafisico è un aspetto ineliminabile anche di ogni approccio presunto “empirico”; ad esempio, di fronte ad un tramonto del Sole, due pensatori opposti come Tolomeo e Copernico, pur avendo la stessa visione oculare, avrebbero due percezioni diverse: il primo, sostenitore del geocentrismo, vedrebbe il Sole muoversi fino a scendere giù e sparire dietro la terra, il secondo invece, sostenitore dell'eliocentrismo, vedrebbe l'orizzonte salire pian piano fino a coprire il Sole.
Imre Lakatos (1922-1974) allievo di Popper, da cui ha ripreso il nucleo del suo pensiero, ha rivalutato ulteriormente il ruolo della Metafisica nella Scienza, evidenziando come le teorie scientifiche siano costituite da nuclei fondamentali non sperimentabili, né tantomeno falsificabili e quindi ha distinto nettamente una teoria dalle sue implicazioni empiriche. Esempi di “ipotesi metafisiche” sono per Lakatos la “teoria meccanica” di Newton, o la “teoria della relatività” di Einstein.
Queste sono state elaborate solo per la capacità di spiegare meglio la realtà, ma i fatti in sé non sono stati per Lakatos determinanti nel produrre tali formulazioni nella mente di quegli scienziati.
Il progresso scientifico è dovuto invece all'inventiva dell'uomo, grazie a cui una nuova ipotesi può prendere il posto di un'altra. Neppure i singoli fatti empirici sono ritenuti determinanti per causare l'abbandono di una teoria, perché la messa in discussione della verità scientifica riguarderebbe solo un aspetto marginale di essa, non il suo nucleo centrale, che pur risultando indebolito nella sua certezza complessiva, continuerebbe ad essere accettato per vero.
Fintanto che un programma anticipa i fatti, allora è progressivo e razionale; quando invece gli scienziati cercano di adeguarlo a certe anomalie riscontrate modificando le ipotesi ausiliarie, esso diventa degenerativo e potrà facilmente essere superato da un programma di ricerca migliore, più progressivo.
È necessario quindi, secondo Lakatos, affinché una teoria generale sia abbandonata, che si progetti un nuovo programma complessivo di ricerca scientifico che sappia meglio rendere ragione degli eventi al fine di sostituire una teoria precedente da cui si traevano conclusioni rivelatesi incoerenti coi fatti. Così ad esempio il meccanicismo di Newton è stato abbandonato non quando ci si è accorti della sua incapacità a spiegare certi fenomeni, ma solo quando si è potuto sostituirlo con la teoria generale della relatività di Einstein, in grado di rendere meglio ragione dei fatti.
Ferma restando l'importanza dei controlli sperimentali, scienza e metafisica sono in un certo senso per Lakatos un tutt'uno poiché la scienza non si limiterebbe a recepire l'evidenza fisica dei fenomeni, ma tenderebbe a ricercarne la causa prima in un tentativo che l'accosterebbe alla ricerca metafisica.
Quanto sostiene Lakatos nell'assimilare la Scienza alla Metafisica può essere interpretato secondo l'insegnamento di Kant, ripreso anche da Popper, nel senso che quando la ricerca scientifica si propone di raggiungere obiettivi finali "metafisici", si serve di essi come stimolo per spingere sempre più lontano l'obiettivo di ottenere conoscenze via via più approfondite. Ciò è possibile solo se siamo guidati dalla convinzione di poter veramente conseguire una corrispondenza tra teoria e realtà, anticipando la sperimentazione e non lasciandoci guidare da essa.

Oggi alla Metafisica è spesso attribuito un significato spregiativo, essendo considerata come una forma di conoscenza astratta e slegata dalla realtà. Si può vedere in questo giudizio l'eco delle filosofie empiriste, marxiste, positiviste, ma anche post-moderniste, venute alla ribalta nei secoli scorsi, che vi hanno visto l'esercizio di una pratica oscurantista che ottunderebbe le coscienze.
Ma non mancano casi, soprattutto all'interno della Chiesa Cattolica, in cui ancora oggi la Metafisica, intesa nel senso tradizionale, non è vista del tutto come negativa, e ciò soprattutto a seguito della nascita, agli inizi del Novecento, di un movimento di pensiero neoscolastico volto a riscoprirla e rivalutarla, come Jacques Maritain Gustavo Bontadini, che si sono proposti di rivalutare la metafisica tomista.  
Anche papa Giovanni Paolo II (1920-2005) con l'enciclica “Fides et Ratio” ha invitato il mondo cattolico a riscoprire il valore della Filosofia in generale, e in particolare quella di San Tommaso d'Aquino. 
Papa Benedetto XVI, ha più volte messo in guardia dai pericoli dello "scientismo", cioè di un abito culturale che rifiuta a priori tutto ciò che non sia sperimentabile o razionalizzabile positivamente, ed ha esortato a non smettere di indagare il mistero, tenendo verso di esso un atteggiamento che non sia di semplice indifferenza o di banale riduzionismo.
Da notare infine che, specialmente in ambito anglo-sassone, vi è stata negli ultimi decenni una ripresa significativa della Metafisica su basi analitiche, tanto da far configurare questa tradizione filosofica come la più "metafisica", sebbene in un'accezione assai differente da quella tradizionale, e questo è un punto decisivo, oggi presente sulla scena filosofica.


                 

Einstein, Lakatos, papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI



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