FILOSOFI GRECI - SCIENZE ASTRATTE

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FILOSOFI GRECI

COSMOGONIA E MITOLOGIA

FILOSOFI GRECI
di Rodolfo Furneri
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AGRIPPA,

filosofo scettico greco (I-II sec.). Aggiunse cinque tropi (modi per raggiungere la sospensione del giudizio) ai dieci di Enesidemo.

ALCMEONE
di Crotone, filosofo e medico greco (V sec. a.C.). Appartenente alla Scuola di Pitagora, individuò nella rottura di potenze opposte l'origine della malattia. Localizzò nel cervello l'inizio della vita psichica.

ANASSÀGORA,
filosofo greco (Clazomene, Asia Minore ca 500-Lampsaco 428 a.C.). Recatosi ad Atene, divenne amico di Pericle ed ebbe tra i suoi discepoli Euripide e Tucidide. Accusato di empietà, lasciò la Grecia e si rifugiò a Lampsaco, dove morì. Sostenne l'infinita divisibilità della materia "omeomeria", costituita da infiniti atomi e considerò per primo la materia ordinata da un principio spirituale e intelligibile ("nous"). Fu anche matematico ed astronomo ed ebbe sugli astri idee non dissimili da quelle moderne.

ANASSIMANDRO,
filosofo e matematico greco della scuola ionica (Mileto 610-517 a.C.); egli considerava l'infinito ("àpeiron") principio di tutte le cose. Affermò la sfericità della Terra e dei corpi celesti, scoprì l'obliquità dell'eclittica, inventò, probabilmente, l'orologio solare.

ANASSIMENE,
filosofo della scuola ionica (Mileto 585-524 a.C.), il quale riteneva che fosse nell'aria il principio di ogni esistenza materiale e affermava che i corpi differiscono tra loro a causa della diversa rarefazione dell'aria che li compone.

Antistene

ANTISTENE
filosofo greco (Atene 444-Atene 365 a.C.). Discepolo di Socrate, si formò alla dialettica sofista, cui rimase fedele, negando l'esistenza delle idee generali e la possibilità della conoscenza scientifica. Il sommo bene risiedeva nella virtù che si trovava nell'indipendenza assoluta rispetto alle cose esterne, e l'uomo libero è quello che ha vinto le sue passioni e i suoi bisogni, lavorando alla continua ricerca di sforzi e fatiche. Quando si giunge, dopo un lungo e duro travaglio, alla saggezza, l'errore e il peccato non possono più colpire. Il saggio era colui che viveva come meglio gli sembrava e agiva perfettamente perché possedeva la virtù. Dopo la morte di Socrate aprì una scuola nella piazza di Cinosarge, chiamandola cinica.

APOLLONIO
di Tiana, filosofo neopitagorico (I-II sec. d.C.) famoso come santo e taumaturgo, ma da molti ritenuto un mago e un ciarlatano. Compì lunghi viaggi per predicare le dottrine pitagoriche e fu autore di una Vita di Pitagora, di un libro Dei Sacrifici e di alcune Lettere dirette a singole persone o comunità. In una pretesa biografia, opera di Filostrato, è rappresentato, con intenti di polemica anticristiana, come santo pagano. Nel III sec. fu oggetto di un culto personale: l'imperatore Caracalla gli dedicò un tempietto, inoltre la sua immagine ornava numerosi templi e ad Efeso era venerato come un dio.

ARCESILAO,
(ca 315-ca 241 a.C.) filosofo greco di Pitane fondatore della Media Accademia, scettico, recuperò il valore del dubbio socratico e come quello di Socrate, il suo insegnamento fu solo orale.

ARCHELAO
di Mileto, filosofo vissuto in Atene nel V sec. a.C, il primo che ebbe l'idea della sfericità della Terra. Fu discepolo di Anassagora e si dice che sia stato maestro di Socrate.

ARCHITA
di Taranto, filosofo e matematico greco di scuola pitagorica (Taranto 430-360 circa a.C), si occupò inoltre di fisica, meccanica, astronomia, musica (della quale tentò l'applicazione a procedimenti matematici). Fondatore della meccanica scientifica, ideò il primo meccanismo volante (una colomba in legno).

ARISTIPPO
di Cirene, filosofo greco nato a Cirene intorno al 435 a.C., fondatore della scuola cirenaica o edonistica. Fu discepolo di Socrate e insegnò in Egina, Siracusa e Atene. Riteneva come bene supremo il piacere immediato (edonismo) e definiva impossibile qualsiasi conoscenza oggettiva (soggettività).

ARISTONE
di Chio, filosofo stoico detto "la Sirena" a causa della sua eloquenza molto convincente. Identificava il bene supremo nella sola virtù; il suo stoicismo risentiva di influssi cinici.

ARISTOSSENO,
filosofo e teorico della musica greca (Taranto 360 ca-300 a.C.). Fu allievo di Aristotele. Autore di circa 453 opere, delle quali rimangono: gli "Elementi di armonica" e qualche frammento di uno scritto sulla ritmica. Si differenziò dalla scuola pitagorica basando la scienza armonica sull'esperienza dell'orecchio.

ARISTOTELE,
sommo filosofo greco (Stagira, Macedonia 384 a.C. Calcide, Eubea 322), fu discepolo di Platone che lo chiamò "la mente della scuola". Dopo un breve soggiorno a Mitilene, nel 343 fu invitato alla Corte macedone quale educatore di Alessandro. Tornato ad Atene fondò la scuola del Liceo detta anche peripatetica poiché le lezioni avvenivano durante lunghe passeggiate; vi insegnò per 13 anni. Alla morte di Alessandro (323), in Atene prevalse il partito antimacedonico e Aristotele fu accusato di empietà, dovette allora fuggire a Calcide, nell'Eubea, dove morì all'età di sessantadue anni. Introdusse il realismo in filosofia, pose le basi della logica e della poetica, si può ritenere il fondatore della storia naturale e della metafisica. Le opere di Aristotele esercitarono una grande influenza in tutti i secoli. Nel Medioevo fu studiato e commentato anche dagli Arabi, e Dante lo disse "maestro di color che sanno". I suoi scritti si suddividono in: essoterici, destinati alla circolazione pubblica, e acromatici, destinati alla scuola.

Busto di aristotele

Dei primi sono rimasti pochi frammenti. Il gruppo delle opere acromatiche invece, ci è pervenuto quasi completamente; sue opere principali sono: sei trattati di logica compresi sotto il titolo di "Organon"; la "Metafisica"; la "Retorica"; la "Poetica"; "Dell'anima", cui si ricollega un insieme di trattati che vanno sotto il nome di "Parva naturalia"; scritti di scienze della natura (es.: "Fisica, Sul cielo, Sulle meteore", ecc.); trattati sugli animali (es.: "Storia degli animali", "Sulla generazione degli animali", ecc.); opere morali e politiche (es.: "Grande etica, Politica, Etica Eudemea," ecc.). L'ideale di Aristotele è di classificare tutti gli esseri della realtà in una serie di generi e di specie sui quali si articolerà la deduzione sillogistica; è l'ideale di uno zoologo classificatore: non vi è più alcuna traccia dell'ordinamento matematico dell'universo o della teoria delle idee. Il mondo reale è come viene presentato dalle mie percezioni; la natura è una combinazione di forma e di materia, una successione gerarchica di esseri in potenza e di esseri in atto con un essere atto puro (Dio), separato dal mondo e primo motore del mondo.
"La Vita Morale"
Vivere bene ed agire bene, questo è lo scopo della morale. Ma che cosa vuol dire vivere bene? È vivere secondo la ragione e non come un animale; la felicità verterà dunque in una realizzazione delle virtualità che sono nell'anima umana secondo la più completa perfezione. Questo vivere bene deve essere costante e la felicità non sarà un semplice modo di essere, poiché essere felici senza saperlo non significa essere felici. La felicità dunque ha due serie di condizioni: da una parte delle condizioni esteriori che vi contribuiscono a titolo di mezzo (la salute, la ricchezza, gli onori non fanno la felicità, ma la loro assenza o il loro eccesso può rovinarla) e delle condizioni interiori che sono le virtù proprie dell'anima. Vi sono due specie di virtù: quelle che riguardano i nostri desideri e le nostre tendenze, sono le virtù etiche, quelle che sono il frutto della nostra attività intellettuale, sono le virtù dianoetiche e conducono alla saggezza. La realizzazione di una virtù presuppone quindi da una parte una certa disposizione nei riguardi di questa virtù, e dall'altra un pensiero che distingue il bene dal male. Di tutte le virtù dianoetiche è la "prudenza" che impone alle nostre tendenze naturali una forma che ne farà delle virtù o dei vizi, a seconda che sia una prudenza ben pensata o una prudenza mal pensata. Quanto alla virtù etica per eccellenza, essa è il"giusto mezzo", poiché la felicità, il benessere sono ad uguale distanza dal troppo e dal troppo poco; il coraggio sarà il giusto mezzo fra la viltà e la temerarietà e così via. A questa morale della felicità nel giusto mezzo che egli propone a tutti gli uomini, Aristotele sovrappone una morale di carattere intellettuale, socratico, analoga alla morale del saggio di Platone. Questa dualità testimonia le esitazioni del pensiero aristotelico, sia concreto che astratto. Per Platone il bene supremo apparteneva al mondo delle idee, era "trascendente"; per Aristotele è "immanente", realizzabile: è la felicità, che coincide con la realizzazione completa di ciò che c'è di virtuale, cioè di specifico ed essenziale nella natura umana, che viene identificato nella ragione. L'uomo raggiunge quindi la felicità nell'esercizio della ragione e nella contemplazione del vero, estraniandosi dal mondo sensibile. Aristotele riconosce che non è possibile a tutti gli uomini raggiungere questo tipo di felicità; essa è riservata ai filosofi, i quali soltanto possono realizzare compiutamente la virtù della "diania", che coincide con l'attività intellettiva. Realizzabili da parte di tutti gli uomini sono invece le virtù morali o etiche, che coincidono col dominio della ragione sugli appetiti sensibili, sulle passioni e i sentimenti. L'uomo che possiede la virtù morale sarà indotto a scegliere il giusto mezzo fra due estremi altrettanto negativi, anche se uno per eccesso e uno per difetto. Il coraggio, ad esempio, che riguarda ciò che bisogna temere o non temere, è il giusto mezzo fra la temerarietà e la viltà. La virtù in quanto tale, sia dianoetica sia etica, non si realizza tuttavia in atti isolati nel corso dell'esistenza, ma deve essere un "abito", cioè un'attitudine costante della volontà che si manifesta in tutte le azioni dell'uomo. Secondo Aristotele l'uomo non può realizzare la virtù se non all'interno della vita dello Stato, il quale si assume il compito di educare i cittadini al conseguimento della virtù. L'uomo non sarebbe in grado da solo di determinare la sua esistenza in modo da realizzare compiutamente le potenzialità in lui presenti: egli viene definito da Aristotele un "animale politico", che trae dal rapporto coi suoi simili la possibilità di realizzare sé stesso. Aristotele si pone il problema di quale sia la costituzione dello Stato più adatta a svolgere questo compito educativo nei confronti dei cittadini, e analizza a questo proposito numerose forme di costituzione esistenti in quel tempo in Grecia, arrivando alla conclusione che lo Stato ideale è quello in cui prevale la classe media, che meglio delle altre può interpretare gli interessi della totalità dei cittadini, in quanto tende spontaneamente ad evitare gli eccessi che si verificano quando va al potere la classe dei possidenti o dei nullatenenti.  Fra le costituzioni esistenti egli considera migliori, secondo questo aspetto, la monarchia, l'aristocrazia, o governo dei migliori e la democrazia, o governo del popolo. Di queste tre forme di governo è preferibile quella che tale risulta secondo le particolari condizioni storiche e sociali del momento; quindi non esiste una forma di governo che in assoluto prevalga sulle altre, ma solo un criterio generale di giustizia che deve essere comunque realizzato.

BIANTE,
1) (VI sec. a.C.) uno dei Sette savi dell'antica Grecia. Nativo di Priene nella Jonia, fu saggio consigliere politico dei suoi concittadini. Gli autori antichi gli attribuiscono massime e detti memorabili. Fu lui che rispose: "Porto con me tutte le cose mie" (Omnia mea mecum porto) a chi si meravigliava che non portasse con se alcun bagaglio mentre fuggiva con gli altri dalla sua città, conquistata da Ciro. Alludeva al suo ingegno e alla sua sapienza, beni più preziosi d'ogni altro.
2) Biante, nella mitologia greca fratello del veggente Melampo che gli fece avere la figlia di re Neleo in sposa e, con lei, la terza parte del regno d'Argo.

BIONE
1) di Boristene, filosofo greco (III sec. a.C.). Di umili origini, nelle sue "diatribe" attaccò le concezioni religiose tradizionali. Appartenente alla scuola cinica, fu accusato di ateismo.
2) Bione di Mileto, scultore greco (V-IV sec. a.C.). Eseguì per il tiranno Gelone l'ex-voto offerto a delfi, formato da una Nike e un tripode aurei, di cui si conserva tuttora la base a Delfi.

BRISONE,
1) detto l'Acheo, filosofo greco vissuto nel IV sec. a.C. Fece parte della scuola cinica. Si ipotizza che sia stato discepolo di Diogene.
2) Brisone di Eraclea, filosofo greco vissuto nel IV sec. a.C.. Forse fu discepolo di Socrate. Fu insegnante di dialettica megarese di Pirrone che fondò poi la scuola scettica.

CALLISTENE,
di Olinto (IV sec. a.C.) filosofo e storico greco pronipote o cugino di Aristotele. Accompagnò Alessandro il Grande in Persia, ma per averne criticato le azioni (specialmente riguardo le pretese di Alessandro di costringere anche i Greci a prostrarsi a terra davanti a lui, secondo l'uso persiano), fu fatto uccidere (327 a.C.) sotto l'accusa di aver partecipato ad una congiura. Scrisse una Storia della Grecia e una Storia della Macedonia che non ci pervennero; gli fu attribuita una "Vita di Alessandro Magno" che è certamente di epoca posteriore e che quindi viene citata sotto il nome di "Pseudo Callistene".

Carneade

CARNÈADE,
filosofo greco di Cirene (ca 214-128 a.C.), fondatore della nuova Accademia di Atene e maestro della corrente scettica. Nel 156 a.C. fu ambasciatore a Roma con Critolao e Diogene di Seleucia e con questi fu espulso per decreto del Senato promosso da Catone, che riteneva le loro dottrine dannose per la gioventù. La critica di C. alle dottrine precedenti, specialmente stoiche ed epicuree, era fondata sulla constatazione che la rappresentazione della realtà (cioè la sua comprensione) non può corrispondere alla realtà stessa: la realtà non è quindi conoscibile in assoluto, ma soltanto attraverso probabilità più o meno intense. Carnèade veniva così a negare qualsiasi dottrina dogmatica, trasportando il criterio della verità nella certezza personale più o meno viva.

CEBETE,
filosofo greco, discepolo di Socrate (IV sec. a.C.). Gli vennero attribuiti tre dialoghi, "Phrynichos, Hebdòmè "e" Pinax", quest'ultimo noto come "La Tavola di Cebete". È uno degli interlocutori del "Fedone" di Platone.

CHILONE,
spartano, uno dei sette savi della Grecia. Gli si attribuisce il detto: "Conosci te stesso". Secondo la tradizione, morì di gioia nell'abbracciare suo figlio incoronato vincitore nei Giochi Olimpici.

CHIONE
filosofo di Eraclea sul Ponto discepolo di Platone. Nel 353 a.C. cooperò alla uccisione di Clearco, tiranno della sua città, il cui fratello e successore lo fece mettere a morte con gli altri congiurati.

CLEANTE,
1) filosofo greco, di Asso, nella Troade (331-232 circa a.C.). Resse la scuola stoica (264-232) dopo Zenone. Celebre il suo Inno a Zeus. Pare componesse, sull'esempio del maestro, un trattato in tre libri, sui Doveri. Restano delle sue opere numerosi frammenti.
2) Cleante, pittore greco, vissuto in epoca imprecisata a Corinto. Fu nominato da Plinio, che gli attribuisce l'invenzione del disegno.

CLEOBULO,
(VI secolo a.C.) filosofo greco di Lindo (Rodi). Uno dei sette savi, governatore di Rodi, e considerato da molti l'autore di massime e epigrammi, pervenuti sino a noi.

CLITOMACO
di Cartagine,filosofo del II sec. a.C., vissuto ad Atene. Discepolo di Carneade e seguace dell'indirizzo scettico, dopo la morte del maestro diresse l'Accademia nuova. Pare si sia ucciso intorno al 110 a.C. Da Diogene Laerzio gli sono attribuiti più di 400 trattati.

CRÀNTORE,
(nato nel 335 a.C. circa) filosofo greco dell'Accademia antica. Discepolo di Socrate, primo commentatore di Platone. Delle sue opere restano solo alcuni frammenti.

CRATETE,

Cratete

1) il Platonico, filosofo di cui si sa solamente che succedette a Polemone, verso il 260 a.C., nella direzione dell'Accademia antica e che si occupò soprattutto di morale pratica.
2) Cratete di Tebe (IV secolo a.C.), filosofo greco. Discepolo di Diogene di Sinope e ultimo rappresentante della scuola cinica. La sua posizione filosofica era fondata sulla svalutazione della vita sociale e politica in nome di un individualismo esasperato.
3) Cratete di Mallo (II secolo a.C.), grammatico e filosofo greco. Promosse la filologia anomalista di Pergamo, in opposizione ad Aristarco. Introdusse lo studio della grammatica a Roma in occasione di una ambasceria nel 168 a.C. Commentò i testi poetici di Omero, di Esiodo, di Euripide e di Arato.
4) Cratete di Atene (metà del V secolo a.C.), poeta comico della commedia antica. Lodato da Aristotele nella sua "Poetica", ci restano dieci titoli ed alcuni frammenti. Nella commedia "Le Bestie" descrive il contrasto tra la vita raffinata e quella semplice secondo natura, vi fa parlare gli animali i quali esortano gli uomini a divenire vegetariani.

CRATILO,
1) filosofo greco (fine del V secolo a.C.). Discepolo di Eraclito e di Protagora, maestro di Platone, che intitolò col nome di lui uno dei suoi dialoghi, credeva nella trasformazione assoluta delle cose. Fu il primo a studiare l'etimologia delle parole.
2) Cratilo, dialogo di Platone (386 a.C.) sull'origine del linguaggio. Gli interlocutori sono Cratilo, Ermogene e Socrate.

CRATIPPO,
1) (I secolo a.C.) filosofo pergameno, maestro in Mitilene e in Atene, amico di Cicerone. Cicerone lo ricorda nel "De divinatione" come difensore della validità dei sogni profetici. Secondo Cratippo l'anima motrice è essenzialmente legata a un corpo, ma la parte intelligente, derivata dall'anima divina, partecipa dell'immaterialità di questa; perciò tanto più l'anima si stacca dal corpo, tanto più attinge la verità.
2) Cratippo, storico ateniese della fine del V inizio IV secolo a.C. Portò avanti l'opera di Tucide fino alla pace di Antalcida (386).

Crisippo

CRISIPPO,
1) filosofo greco (circa 281-204 a.C.). Rappresentante dello stoicismo antico, succedette a Zenone e a Cleante nella direzione della scuola stoica, le diede una sistemazione dottrinale che gli valse l'appellativo di "secondo fondatore". Scrisse ben 705 trattati di cui restano pochi frammenti. 2) Crisippo, figlio di Penelope e della ninfa Assioche. Fu rapito da Laio che si era innamorato di lui. C. per la vergogna si suicidò.
3) Crisippo, (IV secolo a.C.) medico greco, maestro di Erasistrato, si dedicò allo studio delle proprietà delle erbe medicamentose.

DEMETRIO
il Cinico, filosofo greco (in Attica I sec. d.C.). Si trasferì a Roma dove venne esiliato prima da Nerone e poi da Vespasiano per i suoi discorsi pronunciati contro l'impero romano. Amico di Seneca, D. sostenne la necessità della virtù e disdegnò la scienza.

DEMÒCRITO
di Abdera, filosofo greco (460-370 a.C. ca). Discepolo di Leucippo, ne sviluppò le dottrine. Si hanno poche notizie della sua vita e probabilmente le informazioni circa i suoi viaggi in Asia (Persia e India) e in Africa (Egitto ed Etiopia) sono di epoca posteriore, quando i Greci amavano far risalire alle più antiche civiltà orientali le origini della loro cultura. Fu il fondatore dell'atomismo, sostenendo che in un mondo dominato dal caso l'unica realtà è data dalla materia, costituita da piccolissime particelle, gli atomi, che si muovono di un movimento perpetuo all'interno del vuoto, la non-materia. Il movimento degli atomi determina, secondo D., la conoscenza e le sensazioni. Difficile è determinare con esattezza il numero e i titoli esatti delle sue opere, perché il "catalogo" pervenutoci, che risale al Trasilio (I sec. a.C.), contiene certo molto di non autentico. Tra i titoli più sicuri si ricorda Il piccolo ordinamento dell'Universo che allargava e approfondiva il problema dell'atomismo trattato dal suo maestro Leucippo in Il grande ordinamento dell'Universo. Il problema fondamentale che Democrito si trovò a dover risolvere fu quello di recuperare, dopo le negazioni della filosofia eleatica, i dati della sensibilità, il divenire e il moto delle cose sensibili. La soluzione fu che i principi della realtà delle cose sono il "pieno" e il "vuoto", eleaticamente indicati come "essere" e "non essere" ma concepiti entrambi come egualmente reali. Partendo poi dall'impossibilità di concepire una divisione all'infinito dei corpi, Democrito concepì il "pieno" non come un unico essere, ma come una serie di realtà, indivisibili per la loro piccolezza, infinite di numero, ulteriormente indivisibili ("atomi"). Gli atomi sono pertanto privi di qualsiasi determinazione qualitativa onde Democrito con un'affermazione che precorre la distinzione galileiana e lockiana tra qualità primarie e qualità secondarie, afferma che colore, sapore, ecc. dei corpi sono solo "per convenzione", mentre in realtà esistono gli atomi e il moto. Conseguentemente a tutto ciò, Democrito ammette negli atomi solo differenze quantitative, che derivano dalla loro estensione, cioè la forma, l'ordine e la posizione.

Diogene
DIOGENE
1) di Sinope, detto il Cinico, filosofo greco (Sinope 413 a.C.-324 a.C.). Secondo la tradizione, esiliato dalla sua città sotto l'accusa di falso monetario, si recò ad Atene e frequentò le conversazioni di Antistene. Visse vita pittoresca, disordinata e poverissima, volendo dimostrare con l'esempio che l'unico modo di conquistare la felicità è quello di rinunciare spontaneamente a ogni bisogno. Sostenne lo sprezzo per le istituzioni civili, l'abolizione delle patrie in nome dell'unica patria, il mondo, l'indifferenza e il dispregio per ogni agio. Riteneva sommo bene solo la virtù.
2) Diogene Laèrzio, grammatico e scrittore greco, nato a Laerte in Cilicia nel III sec. d.C. Fu autore di una raccolta di epigrammi e di una compilazione in 10 libri: "Le vite, le dottrine e le opinioni dei filosofi illustri", prezioso documento per ricostruire la storia della filosofia greca.

ECATÈO
di Mileto, storico e geografo greco (Mileto 560-490 a.C. ca). Compì numerosi viaggi e fu tra coloro che ebbero un ruolo determinante nella rivolta ionica contro la Persia. Descrisse il mondo conosciuto al suo tempo nell'opera "Descrizione della Terra" (in due libri e corredata da una tavola geografica) e diede un'esposizione sistematica dei miti e degli avvenimenti storici dell'antica Grecia, ordinandoli cronologicamente secondo un criterio generazionale, nelle "Genealogie", un'opera in quattro libri.

EDÈSIA
filosofa, di Alessandria (sec. V), seguace del platonismo. Ebbe grande fama in vita per la sue non comuni doti di bellezza e sapienza.

EGÈSIA,
filosofo greco della scuola cirenaica, vissuto ad Alessandria agli inizi del III sec. a.C. Portò all'esasperazione la concezione edonistica di Aristippo concludendo nel contempo che il piacere, unica felicità dell'uomo, non è però raggiungibile, per cui morire è meglio che vivere. Poiché la lettura dei suoi scritti e la frequenza delle sue lezioni avevano indotto parecchi discepoli al suicidio, fu soprannominato «persuasore di morte» (peisithánatos); per questo Tolomeo I fece chiudere la sua scuola.

EMPÈDOCLE
di Agrigento, filosofo greco (483 a.C. ca-423 a C. ca). Ebbe una personalità assai complessa, assillata da problemi religiosi. La leggenda si impadronì ben presto della sua vita e lo descrisse come grande medico e guaritore (attribuendogli addirittura la resurrezione di morti) e come assiduo e strenuo indagatore di tutti i misteri della natura, tanto che avrebbe trovato la morte nelle profondità del cratere dell'Etna, dove si era lasciato calare per studiare da vicino il vulcano. Condusse una vita randagia in Sicilia, Magna Grecia e, probabilmente, nel Peloponneso. La sua morte è misteriosa: si racconta che si sia gettato nell'Etna per farsi credere un dio. Espresse il suo pensiero in due opere fondamentali: "Della natura", in cui esponeva prevalentemente la sua dottrina fisica, e "Le purificazioni", ispirata all'orfismo. Di esse non ci sono pervenuti che frammenti, per complessivi 450 versi. Pluralistico, come quello dei suoi contemporanei e dei filosofi che lo avevano preceduto, è il concetto che egli ebbe del mondo, che riteneva costituito da 4 elementi (terra, acqua, aria, fuoco) considerati le "radici" di ogni essere. Ridotti allo stato di minutissimi frammenti mescolati intimamente tra loro, essi fin dall'origine dei tempi costituirono la materia, lo sfero. Il divenire delle cose è dato dall'unirsi e dal disunirsi e dal vario mescolarsi di tali elementi, che in questo moto perenne di congiunzione e di disgiunzione sono spinti dall'Amore e dall'Odio. Il profondo pessimismo di E. è espresso in questo dualismo, essendo l'amore tendenza all'unità e l'odio genesi del molteplice. Il divenire è determinato dall'azione di due forze opposte, l'Amore che tende a unire gli elementi e l'Odio che tende a dividerli. L'azione di queste forze genera i cicli cosmici. Quando domina esclusivamente l'Amore si ha lo Sfero e cioè la perfetta unità e armonia di tutte le cose in cui non c'è distinzione alcuna. L'Odio separa questa unità e fa sorgere così le cose particolari, il mondo, che rappresenta la fase di equilibrio fra le forze opposte. L'Odio conduce poi alla dissoluzione delle cose e al caos finché l'Amore non interviene a invertire la tendenza per ripercorrere il ciclo. Nel poema le Purificazioni Empedocle sostiene la teoria della metempsicosi con la quale si attua la legge di giustizia che esige l'espiazione delle colpe. Al valore speculativo del suo pensiero Empedocle unisce una notevole forza poetica, come si rileva dai frammenti pervenuti. Altissima fu la concezione che egli ebbe della divinità, contrapposta agli dei antropomorfici della teologia corrente.

ENÈA
 il Tattico, scrittore greco (sec. IV a. C). Fu autore un importante trattato di arte militare, la "Memorie sulla strategia", scritto in base alle proprie esperienze come soldato e di cui ci resta solo un frammento riguardante gli assedi.

ENEA
 di Gaza, filosofo e retore bizantino (Gaza 460 ca-m. 520 ca). Discepolo di Ierocle, venne da questi iniziato al neoplatonismo. Si convertì in seguito al cristianesimo e scrisse numerose opere polemiche contro le eresie, tra cui ricordiamo il "Teofrasto", opera dialogica improntata ad una commistione tra dottrina cristiana e influenze neoplatoniche.

ENESIDÈMO,
filosofo scettico greco (Cnosso sec. I a.C.). Insegnò ad Alessandria e la sua opera principale furono i "Discorsi pirroniani", in otto libri, andati perduti. Il suo contributo portò alla ripresa dello scetticismo, che egli tentò di ricondurre al pirronismo. Elaborò dieci argomenti (topoi) che giustificavano la sospensione scettica del giudizio.

EPICURO,
filosofo greco (Samo o Atene 341-Atene 270 a.C.). Figlio di Neocle, nel 310 aprì una scuola a Mitilene, qualche anno dopo a Lampsaco, e intorno al 306 si trasferì ad Atene, dove nel 300 già insegnava con successo.
 
Epicuro
Ebbe numerosissimi discepoli e fu il fondatore della dottrina filosofica che da lui prende il nome di Epicureismo. Concepì la scienza come costituita da tre ordini di problemi: conoscitivi, fisici, morali, dei quali si occupano tre distinte discipline: la logica o canonica dei primi, la fisica dei secondi, l'etica dei terzi. La conoscenza è per lui meramente sensitiva; la sua fisica segue quella di Democrito, di cui arricchì la teoria atomica col concetto di clinamen: gli atomi nel loro perenne cadere non scendono a perpendicolo (come affermava Democrito), poiché non s'incontrerebbero mai a formare corpi, ma per inclinazione spontanea deviano dalla perpendicolare e così si incontrano aggregandosi, per tornare poi a distaccarsi dando forma a tutte le cose della natura in perenne trasformazione. Maggior vigore di pensiero E. applicò all'etica. Affermò che il piacere è liberazione dal dolore e dal bisogno, e che lo scopo della vita è raggiungere questa liberazione, cioè la felicità, che appunto si identifica col piacere sensibile. Stabilì una scala di valori fra i piaceri: più alti e nobili sono quelli legati alle facoltà psichiche più elevate. La sua etica si distingue da quella stoica, con la quale ha in comune il fine ultimo, cioè il raggiungimento della serenità contemplante del saggio, in quanto questa serenità immobile e felice è raggiunta non già attraverso la severa disciplina della rinuncia a tutto ciò che è vano e impossibile perché non in nostro potere, ma nel sopraffare il corpo non contraddicendo a nessuna sua voglia e soddisfacendole tutte così da costringerlo a tacere. Gli antichi gli attribuivano 44 opere. A noi sono pervenuti frammenti della "Natura", tre lettere e una raccolta di 40 sentenze.

EPIMÈNIDE,
poeta, filosofo e legislatore greco, (VII-VI sec. a.). Secondo la leggenda avrebbe avuto vita lunghissima (299 anni) e sarebbe stato chiamato ad Atene a purificare la città colpita da pestilenza per l'uccisione di Cilone. Secondo altre fonti sarebbe stato chiamato in Attica a introdurvi il culto di Apollo Musico, del quale fu sacerdote. Fu considerato uno dei Sette Sapienti e padre dell'orfismo. Platone gli attribuisce una "Teogonia" e dei "Vaticinii".

EPITTÈTO
1) ceramografo attico, attivo alla fine del sec. VI a.C. Tra i primi e maggiori rappresentanti della pittura a figure rosse, la sua produzione consta principalmente di coppe, caratterizzate da un sapiente equilibrio compositivo mosso da un ritmo vivace e dalla fluidità dei contorni delle figure.
2) Epittèto o Epitteto, filosofo greco (Gerapoli ca 50 d.C.-Nicopoli  ca 130 d.C.). Schiavo in Roma  di Epafrodito, liberto di Nerone (che lo avrebbe poi affrancato), fu allievo di Musonio Rufo , filosofo stoico. Aprì a Roma per breve tempo una scuola, ma nell'89 o poco dopo, colpito dal bando di Domiziano  nei confronti dei filosofi, riparò in Grecia e fondò una scuola a Nicopoli, nell'Epiro. Qui ebbe come discepolo lo storico Arriano Flavio di Nicomedia che ne trascrisse e tramandò le lezioni. La raccolta arrianea del pensiero di Epittèto comprendeva, pare, otto libri di "Dissertazioni o Diatribe", dodici libri di "Discorsi" e il celebre "Manuale". A noi, oltre al "Manuale", sono pervenuti i primi quattro libri delle "Dissertazioni" e alcuni frammenti delle altre opere. Da questi scritti Epittèto ci appare, con Seneca e Marco Aurelio, il maggiore rappresentante dell'ultimo Stoicismo (per qualche verso preannunziatore della morale cristiana, tanto che nelle scuole di Bisanzio, nel medioevo, si ritenne, a torto, che Epittèto fosse stato cristiano). Nella sua dottrina stoica confluiscono però anche molti elementi del cinismo. La morale del "substine et abstine" professata da Epittèto si risolve in un irreligioso individualismo e in un rifiuto drammatico del mondo e di tutto quanto non sia in nostro potere.

ERÀCLIDE
Pontico, scienziato e filosofo greco (Eraclea ca 390-ca 310). Discepolo di Platone e di Speusippo, fu il fondatore di una scuola filosofica ad Eraclea che gli diede grande fama. Tra i più grandi astronomi dell'antichità, fu il primo ad ammettere la rotazione della Terra attorno al proprio asse e propose un modello del sistema solare in cui Venere e Mercurio ruotavano intorno al Sole e questo, insieme agli altri pianeti e alla Luna, ruotava a sua volta intorno alla Terra. Fu autore di numerose opere di carattere filosofico, letterario, scientifico, storico e retorico.

ERÀCLITO
di Éfeso, filosofo greco del VI sec. (Efeso 540 a.C. ca-480 ca), visse in Asia Minore. Secondo la tradizione condusse vita solitaria, immerso totalmente negli studi. Fu soprannominato l'"oscuro", per la difficoltà d'interpretazione dei suoi concetti, e anche "il triste" o "il piangente" (in contrapposizione a Democrito detto il "ridente") per le pessimistiche conclusioni cui pervenne. La sua speculazione si riallaccia a quella dei fisici ionici. In opposizione al suo contemporaneo Parmenide, egli considerò l'universo non come qualcosa di stabile, ma come un perenne divenire poiché l'essere contiene in sé il suo contrario. Dalla discordia degli elementi si generano le cose ("Pólemos" La guerra è la madre di tutto, di tutti re) e perfino l'armonia dell'universo (esempio del l'arco e della lira). Costituente primo del mondo è il fuoco, la vita è trasformazione perenne, tutto partecipa della natura del fuoco e al fuoco ritorna. Accordo e pace si hanno solo in un universale ritorno al fuoco, dopo di che ricomincia la vicenda di lotte e di trasformazioni nuove. L'anima umana è particola di fuoco immersa nel corpo (il quale non è altro che materiale degradazione del fuoco), che la tiene prigioniera; allorché la morte la libera dal suo vincolo, essa acquista la coscienza dell'essere universale. L'etica di Eraclito è rigorosa: il mondo è governato da una legge divina; riconoscerla e sottomettersi ad essa è motivo di soddisfazione per l'anima. Questi principi furono sviluppati da Eraclito in un'opera genericamente intitolata, secondo il costume delle scuole di allora, "Della natura". Tale opera consisteva, pare, in tre libri: secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, il primo trattava dell'universo, il secondo della morale, il terzo degli dei. Purtroppo ce ne sono pervenuti solo 126 frammenti, di cui molti brevissimi.

Ermarco
ERMARCO
di Mitilene,  filosofo epicureo greco (sec. IV-III a.C.). Seguace di Epicuro, fu da questi designato come erede dei suoi beni e suo successore a capo della scuola epicurea.

ERMODORO,
 filosofo greco di Efeso, vissuto nel sec. V a.C. Viene citato da Eraclito, secondo il quale E. sarebbe stato esiliato dai suoi concittadini dopo il suo tentativo di governare Efeso. Secondo la tradizione, poi, si sarebbe rifugiato a Roma dove avrebbe collaborato alla stesura delle Dodici Tavole.

EUCLIDE
1) di Megara,  filosofo greco (Megara o Gela 450 ca-380 a.C. ca). Discepolo di Socrate, fu il fondatore della scuola di Megara (frequentata anche da Platone) dove unì la dottrina eleatica con gli insegnamenti del maestro. Sostenne che il Bene, come la virtù che ne è la conoscenza, è unico, mentre molteplici sono solo gli attributi usati per designarlo, frutto di una semplice convenzionalità. In logica, si fece promotore della "dialettica dell'assurdo", che con sottili argomentazioni dimostrava l'incompatibilità di proposizioni che implicassero il molteplice e il divenire.
2) Euclide,  arconte ateniese nel 402-403 a.C. Sotto il suo arcontato, che seguì la Tirannia dei Trenta, fu ristabilita la democrazia e si sostituì nei documenti ufficiali l'alfabeto attico con quello ionico.
3) Euclide,  matematico greco del III sec. a.C., vissuto ad Alessandria, dove fondò una scuola. Ci restano varie sue opere, di cui la più importante sono gli "Elementi", in 13 libri, dove tratta della geometria piana, dell'aritmetica, della geometria solida, servendosi di alcuni postulati comunemente accettati per dedurre numerosi teoremi. Ricordiamo inoltre "I dati", "Della divisione delle figure", "I Fenomeni", un trattato di ottica. teoremi di Euclide, teoremi di geometria elementare, enunciati da Euclide e relativi al triangolo rettangolo:
a) il quadrato costruito su un cateto è equivalente al rettangolo che ha per lati l'ipotenusa e la proiezione del cateto sull'ipotenusa;
b) il quadrato costruito sull'altezza relativa all'ipotenusa è equivalente al rettangolo che ha per lati le proiezioni dei cateti sull'ipotenusa. Postulato di Euclide, quinto postulato degli "Elementi", assioma su cui è basata l'intera geometria euclidea e che afferma che per ogni punto di un piano si può condurre una sola retta parallela ad una retta data non passante per il punto.

FAVORINO
retore e filosofo greco nato ad Arles (Provenza) nel II sec. d.C. Seguace della nuova sofistica, fu apprezzato e brillante parlatore. Resta una "Storia miscellanea" e il discorso "Sull'esilio", trascritto da un papiro, conservato nella Biblioteca Vaticana, solo nel 1931.

FEDONE
1) di Élide, il più giovane degli scolari di Socrate, fondatore della scuola socratica di Elide (trasferita poi a Eretria da Menedemo e Asclepiade). Rimangono due suoi frammenti. Nell'omonimo dialogo di Platone riferisce a Echecrate le ultime conversazioni di Socrate coi suoi scolari intorno all'immortalità dell'anima.
2) FEDONE, o dell'anima, dialogo di Platone, composto intorno al 380 a.C. Socrate, pochi minuti prima di morire nel carcere, spiega ai discepoli che solo l'anima purificata dai sensi ingannevoli può raggiungere la verità, dopo aver lasciato il corpo materiale. Di qui la gioia di arrivare alla morte e la certezza dell'immortalità dell'anima, fornita da precisi dimostrazioni razionali: secondo il principio dei contrari, se dalla vita viene la morte, dalla morte deve venire la vita; se la conoscenza umana deriva dal ricordo di verità già conosciute, allora l'anima deve esistere prima di calarsi nel corpo; anche l'anima appartiene, essendo immateriale, al mondo invisibile delle idee. Socrate conclude affermando che l'anima è la vita stessa, e quindi non può morire. Poi beve la cicuta, con serena superiorità.

FILOLAO
di Crotone, filosofo pitagorico (sec. V a.C) della seconda generazione, matematico e astronomo. Fu il primo a diffondere il Pitagorismo fuori della Magna Grecia e a pubblicare scritti dottrinali contro il divieto della scuola di Pitagora. Secondo la sua teoria cosmologica, la Terra ruota su una sfera celeste attorno a un punto centrale dell'universo, così come il Sole, le stelle e gli altri pianeti, compresa l'Antiterra, che non è visibile dall'uomo perchè la Terra è sempre rivolta verso l'Olimpo.

FILONE
di Alessandria filosofo ebreo (I sec. a. C. - I sec. d. C.). Tentò di conciliare la teologia ebraica col pensiero ellenistico; asserì l’sistenza di un Dio incomprensibile alla mente dell’omo, preludendo al neoplatonismo. Difese, presso Caligola, la colonia giudaica di Alessandria. L’llegoria delle sante leggi, Apologia dei Giudei.

GÒRGIA
di Lentini, retore e sofista greco (Lentini-Larissa, sec. V a.C.). Nel 427 a.C. venne mandato ad Atene a chiedere aiuto contro i Siracusani. Visse in varie città dando lezioni di oratoria. Considerato dagli antichi creatore dell'arte retorica, elaborò uno stile basato su effetti ritmici particolari (rime, assonanze, omoteleuti, ecc.) e su figure volte a rendere più efficace il discorso (clausole, antitesi, termini poetici, ecc.). Gli viene attribuita l'opera filosofica "Del non essere, ovvero della natura", non pervenutaci, nella quale sostenne che nessuna cosa esiste, che, se anche qualcosa esistesse, non si potrebbe conoscere e che, se fosse conoscibile, sarebbe incomunicabile. Secondo alcuni questo testo avrebbe intenti parodistici e critici nei confronti dei filosofi eleatici. Del retore ci rimangono due discorsi epidittici: l'"Encomio di Elena" e l'"Apologia di Palamede". Gorgia è protagonista dell'omonimo dialogo platonico.

IPPIA
1) di Elide, filosofo greco del V sec., tra i più noti dei sofisti antichi. A lui si deve la dottrina dell'autarchia (sufficienza a se stesso) intesa attivamente. Coltivò la geometria l'aritmetica e l'astronomia, affrontò il problema della trisezione dell'angolo e scoperse la curva trascendente detta quadratrice (di Dinostrato).
2) IPPIA, figlio di Pisistrato e tiranno di Atene dal 527 a.C. col fratello Ipparco, sfuggì alla congiura da cui questi fu ucciso (514), ma venne scacciato dagli Ateniesi nel 510. Rifugiatosi in Persia, si unì nel 490 alla spedizione di Dario contro la Grecia e morì poco dopo, combattendo nelle file persiane con la speranza di ricuperare il dominio di Atene.
3) Ippia, titolo di due Dialoghi platonici, dei quali sicuramente autentico è "Ippia Minore ovvero Sulla menzogna" che prendono il nome dal filosofo di Elide, che vi è indotto quale interlocutore.

IPPARCHIA,
filosofa greca del IV sec. a.C., seguace del cinismo, la tradizione vuole che, di famiglia ricca e nobile, come risulta anche dal nome, si fosse innamorata del filosofo cinico Cratete di Tebe, straccione deforme, e che avesse rinnegato la sprezzante famiglia aristocratica.
Altro significato di IPPARCHIA: negli eserciti della Grecia antica, schiera di 500 soldati a cavallo, il cui comandante era chiamato ipparco.

LÀCIDE,
filosofo greco (Cirene ca 280 a.C.-Atene ca 215 a.C.). Seguì le lezioni di Arcesilao, al quale successe nella direzione dell'accademia (241 a.C. circa). Diffuse le idee di Arcesilao, mentre nulla ci è pervenuto del suo pensiero.

LEUCIPPO,
filosofo greco(sec. V a.C.), scolaro di Zenone e maestro di Democrito, col quale fondò la scuola atomistica. Le città di Abdera, Elea e Mileto si contendevano il vanto di avergli dato i natali.

LICONE,
1) filosofo greco della scuola peripatetica (300 a.C.-225 a.C. ca). Nel 268 assunse la direzione del Liceo dopo Stratone. Famoso per il suo temperamento poco scientifico e incline alla vita fatta di agi e raffinatezze, fu proprio con lui che la scuola iniziò a decadere.
2) Licone, demagogo e oratore greco di Atene attivo alla fine del V sec. a.C. Fu, insieme a Meleto, il sostenitore dell'accusa contro Socrate.

MELISSO
di Samo, filosofo e uomo politico greco (V sec. a.C.); nel 441 fu a capo della flotta nella battaglia contro Atene. In Aristotele si trovano notizie secondo cui egli fu seguace della scuola eleatica, in cui però introdusse l'idea dell'infinità dell'Essere. Rimangono alcuni frammenti del suo scritto "Sulla natura dell'essere".

MENIPPO
di Gadara, poeta e filosofo greco e membro della scuola dei cinici (Gadara IV-III sec. a.C.) ed iniziatore di un genere letterario (che Varrone Latino definì "satira menippea") in equilibrio tra il serio e il faceto, caratterizzato da una forma di salace ironia nei confronti delle manifestazioni di stupidità umana e le presunzioni dei filosofi. Dei suoi componimenti restano solo le citazioni di scrittori posteri suoi ammiratori, tra cui Diogene Laerzio, Petronio e Luciano in quest'ultimo si riflette "la satira menippea" nei Dialoghi dei morti. Satira menippea: Componimento misto di prosa e versi (con possibili parti dialogate) avente carattere di satira moraleggiante e filosofica, in cui però la parodia e il gusto fantastico prevalgono sulle intenzioni didascaliche.

ONESICRITO
filosofo e storico greco, (ca 375 a.C.-ca 300 a.C.). Scolaro di Diogene di Sinope, seguace della filosofia cinica, durante la spedizione in India al seguito di Alessandro Magno, incontrò i gimnosofisti. Preoccupato di fare di Alessandro un personaggio pragmatico dotato di tutte le virtù del sapiente cinico, non produsse un'opera troppo obbiettiva e veritiera, ma utile a Strabone, Eliano e Plinio il Vecchio come fonte per notizie geografiche, sulla flora e sulla fauna dell'India. Della sua opera "Come Alessandro fu educato", ci sono giunti solo pochi frammenti.

PANEZIO,
filosofo stoico greco (Rodi ca. 185 a.C.-Atene ca. 100). Studiò a Pergamo, ad Atene fu allievo di Diogene di Babilonia; a Roma conobbe Plinio e frequentò gli Scipioni. Ad Atene, negli ultimi anni della sua vita, diresse la scuola stoica come successore di Antipatro di Tarso. É insieme a Posidonio, la figura più rappresentativa dello "stoicismo di mezzo", aperto all'influenza di vari filosofi; contribuì alla diffusione di uno stoicismo privo di rigore, nell'ambito dell'aristocrazia romana. Alla sua opera principale, "Sul dovere", si ispirò Cicerone per il "De officiis".

PARMENIDE,
filosofo greco, vissuto nella prima metà del sec. V, fu il maggiore rappresentante della scuola eleatica. Nacque a Elea, antica città della Lucania (Magna Grecia) e partecipò intensamente alla vita culturale e politica del suo tempo, mantenendo frequenti contatti coi pitagorici. Dei suoi numerosi scritti rimangono solo frammenti di "Della natura". Principio fondamentale della filosofia parmenidea: "l'essere è, il non essere non è". Alla metafisica del divenire eracliteo, Parmenide oppose la metafisica dell'essere, uno, immutabile ed eterno, ma limitato nello spazio, cioè compiuto. Parmenide identificò l'essere con la corporeità poiché lo spazio vuoto non può essere, e assegnò incontestabilmente alla ragione il compito di prendere esatta conoscenza dell'essere delle cose. Solo il pensiero con la sua perenne uniformità e limpidezza ci immette nel vero, mentre i sensi ingannano e sono contraddittori e il moto, la molteplicità e la diversità delle cose appaiono sempre più come illusori e irreali. L'essere di Parmenide, così compatto e determinato, è assimilato alla figura geometrica più perfetta, la sfera. Le tesi di Parmenide hanno esercitato una profonda influenza in tutta la filosofia greca del tempo.

PERIANDRO
di Corinto, uno dei Sette Savi, tiranno di Corinto (627 a.C.-585 a.C.) figlio di Cipselo. Proseguì la politica del padre e sotto di lui Corinto raggiunse il massimo splendore: fondò Potidea, Apollonia ed Epidammo ed ebbe rapporti amichevoli con Atene, Mileto, Lesbo e l'Egitto. Inoltre favorì la classe artigianale e facilitò il commercio, ma non ottenne le simpatie della classe contadina. Protesse gli artisti e arricchì Corinto di numerosi monumenti.

PIRRONE,
filosofo greco (Elide 365 circa a.C.-275 circa a.C.). Dopo essersi dedicato alla pittura si volse alla filosofia diventando poi noto come iniziatore dello scetticismo. Si formò alla scuola di Anassarco di Abdera, discepolo di Democrito, e durante la spedizione al seguito di Alessandro Magno in Asia venne in contatto con la cultura dei gimnosofisti indiani. Tornato a Elide si distinse per la condotta della sua vita, tanto che gli abitanti eressero un monumento in suo onore. Principio fondamentale della sua dottrina è il rifiuto di ogni affermazione, anche se opinabile, e quindi l'assunto dell'inconoscibilità delle cose. Pirrone sostenne la necessità dell'epochè (sospensione di ogni giudizio), e quindi dell'afasia (astensione da qualsiasi pronunciamento). Tale indifferenza conduce ad un atteggiamento di assoluta imperturbabilità (atarassia) che nella filosofia di Pirrone è l'unico fine etico ed eudemonistico dell'uomo.

PITAGORA
filosofo greco (Samo 571-570 a.C.-Metaponto 497-496 a.C.). Discepolo di Ferecide e di Anassimandro, si recò in Egitto per entrare in contatto con la cultura locale e specialmente con la sapienza dei collegi sacerdotali. Tornato a Samo vi trovò insediato il tiranno Policrate e decise allora di partire in volontario esilio. Si stabilì nella colonia di Crotone nella Magna Grecia, dove apri una Scuola che fu organizzata come una comunità monastica. La reazione ostile da parte della popolazione alle idee da lui professate e ai metodi di vita ascetica lo costrinsero a trasferirsi a Metaponto dove morì nei primi anni del V sec. La maggior parte delle sue comunità si dissolsero in meno di un secolo. L'eredità del pitagorismo classico fu più tardi raccolta e rinnovata dal neopitagorismo. In tutto il complesso di dottrine filosofiche, matematiche e religiose che vanno sotto il nome di "pitagorismo", è impossibile distinguere l'apporto reale del fondatore da tutto quello che nel tempo è stato aggiunto. Per esempio il teorema di Pitagora era stato risolto secoli prima che egli nascesse da Egizi, Assiri, Babilonesi, Indiani, Cinesi. Inoltre oggi è assai discussa l'interpretazione della frase che gli si attribuì "le cose sono numeri": pare che i pitagorici primitivi la usassero in un senso del tutto diverso da quello dei neopitagorici e dei neoplatonici, e cioè in un senso piuttosto materialistico intendendo che ciascun corpo è formato di punti materiali o monadi disposti in ordine geometrico. Tuttavia si può facilmente affermare che notevoli furono le scoperte e gli studi cui i pitagorici si dedicarono: in aritmetica i seguaci di Pitagora studiarono la struttura dei numeri e delle progressioni aritmetiche, anche se le dottrine matematiche attribuite a Pitagora sono probabilmente sue solo in parte. In astronomia definirono in numero di dieci i corpi celesti e affermarono la loro rotazione intorno ad un fuoco centrale. Rispetto alla teoria musicale i pitagorici studiarono i rapporti numerici delle lunghezze delle corde della lira in relazione alle varie consonanze. Il pitagorismo fu anche una particolare forma della religione misteriosa mediterranea, forse una specie di scisma o almeno una corrente dell'Orfismo. Pare che fin dai tempi più antichi i suoi adepti osservassero il silenzio, si astenessero dalle carni (o da certe carni) e da certe verdure, compissero alcune pratiche liturgiche, avessero un proprio rito funebre. La loro dottrina, che ammette l'immortalità dell'anima e la metempsicosi, è fondata su un'attesa soteriologica.

PITTACO
di Mitilene, politico greco (650 a.C.-570 a.C. circa). Di origini aristocratiche, combatté insieme ad Alceo contro il tiranno Melancro e contro Atene. Morto il tiranno Mirsilio, P. governò con un potere dittatoriale la città di Samo. Durante il suo governo promulgò una costituzione democratica; dopo 10 anni si ritirò a vita privata. Per la saggezza e la moderazione con cui svolse il suo compito, fu annoverato tra i Sette savi.

PLATONE
filosofo greco, nato da famiglia aristocratica in Atene nel 427 a.C. Fece le sue prime esperienze filosofiche con Cratilo, seguace di Eraclito, ma non fu estraneo ai vari indirizzi delle scuole, da Parmenide a Pitagora, da Anassagora ai Sofisti. Divenuto discepolo di Socrate, fu il continuatore e il massimo divulgatore delle idee del Maestro. Dopo la morte di Socrate (399) iniziò una lunga serie di viaggi, ricchi di esperienze. Tornato in Atene fondò nell'Accademia una scuola dove insegnò fino alla morte (347). Le opere di Platone a noi pervenute sono 13 Epistole e 35 Dialoghi; l'autenticità di alcune di loro è ancora discussa. Incerta è anche la cronologia dei dialoghi che tuttavia è possibile suddividere in tre gruppi: quelli di contenuto socratico, scritti non molto dopo la morte di Socrate e quindi presumibilmente vicini al pensiero del maestro: "Apologia di Socrate", "Critone, Protagora, Carmide, Lachete, Liside, Gorgia, Eutifrone, Menone "e" Eutidemo"; i dialoghi della piena maturità, nei quali Platone definisce il suo sistema: "Fedone, Cratilo, Il Convito "e" Repubblica; gli ultimi dialoghi: Fedro, Teeteto, Parmenide, Filebo, Timeo, Crizia, Il politico, Il sofista "e" Le leggi". Platone estende i concetti socratici a tutta la realtà, sovrapponendo alla natura imperfetta "essenze ideali"-Idee perfette e reali che costituiscono un "Mondo di Idee" anch'esso reale e trascendente. Le Idee non sono quindi una semplice proiezione del nostro pensiero o un'astrazione delle cose ma i modelli dai quali per virtù demiurgica (cioè di un Artefice divino, il demiurgo) discendono le forme nelle cose parventi ed effimere. L'Anima, preesistente al corpo, "ha visto" le idee, ma mescolata alla materia corporea, ha tutto dimenticato: l'esperienza e il contatto sensibile delle cose fanno riemergere dal fondo dell'Anima i ricordi del mondo superiore iperuranio: quindi sperimentare è conoscere e conoscere è ricordare (teoria della reminiscenza). Platone distingue tre aspetti dell'Anima: razionale, irascibile e concupiscibile. L'Anima razionale dirige le altre mediante le quattro virtù fondamentali: Giustizia, Sapienza, Fortezza, Temperanza. In base a questa visione psicologica è modellata la Repubblica, ideale risultante di tre classi: dei filosofi (anima razionale), ai quali spetta il governo dello Stato; dei guerrieri (anima irascibile); dei mercanti, artigiani e agricoltori (anima concupiscibile) e le stesse virtù sono trasferite nella vita politica fondata su principi collettivistici. Platone, poeta comico vissuto in Atene nel V-IV sec. a.C. Trattò motivi tipici della commedia antica, come la satira politica ("Cleofonte, Pisandro", ecc.) e la parodia mitologica ("Faone, Menelao", ecc.) e temi di interesse sociale ("I sofisti").

PLOTINO
filosofo neoplatonico (Licopoli, Egitto 203-in Campania 270). Discepolo di Ammonio Sacca, si stabilí poi a Roma verso il 250 dedicandosi all'insegnamento delle sue dottrine ed ebbe come allievi, tra gli altri, l'imperatore Gallieno e Porfirio, il fedele discepolo che pubblicò poi i suoi 54 scritti raccolti col titolo di "Enneadi" ed una biografia, "Vita", fonte principale per la conoscenza del filosofo. La filosofia di Plotino rappresenta l'ultimo grande sforzo del pensiero pagano di conciliare l'istanza del razionalismo filosofico con le nuove esigenze religiose. Essa si fonda sulla concezione di un principio di incondizionata perfezione e trascendenza (l'Uno, coincidente con il bene). Da esso derivano, secondo un processo di emanazioni, l'intelletto divino e dell'anima del mondo, creatrice dell'universo corporeo. L'anima umana, prigioniera del corpo, può spogliarsi progressivamente di ciò che lo allontana dall'assoluto e tornare a Dio attraverso un processo che culmina nell'estasi, vera e propria identificazione con l'Uno.

PLUTARCO,
biografo e filosofo greco, nato a Cheronea nel 46 e morto nel 127. Studiò in Atene, fu a Roma per svolgere alcune missioni politiche e ivi tenne conferenze e insegnò filosofia. Trascorse a Delfi l'ultimo periodo della sua vita come sacerdote di quel tempio. Lasciò 227 opere delle quali 154 sono a noi interamente pervenute. Esse si dividono in opere biografico-storiche comprendenti le "Vite parallele", e in scritti filosofico-letterari comprendenti le "Opere morali". Nelle "Vite parallele" sono trattate le biografie di grandi personaggi del mondo greco-romano in modo che alla vita di un Greco è paragonata quella di un Romano. Adoperando tale parallelismo Plutarco si propose di dimostrare che a uomini illustri romani corrispondevano uomini greci altrettanto illustri, e ciò fece per dimostrare che le due civiltà potevano benissimo coesistere, perché si erano sviluppate su un medesimo piano di valori. Seppe inoltre magistralmente delineare il carattere di alcune grandi figure. L'opera, che riscosse un duraturo successo, fu fonte di ispirazione fino al Romanticismo.

POLEMONE,
filosofo platonico greco (Atene 340 a.C.-270 a.C.). Di lui si narra che, dedito ad una vita dissipata, ascoltando Senocrate si convertì alla filosofia. Nel 315 divenne scolarca dell'Accademia. Egli tentò di conciliare la dottrina platonica con i motivi dell'etica cinica sostenuti dallo stoicismo. Tra i suoi scolari, Cratete il Platonico, Crantore, Zenone, Arcesilao

Posidonio
POSIDONIO
filosofo, scrittore ed erudito greco (Apamea di Siria, 135 a.C. circa-51 a.C. circa). Allievo di Panezio ad Atene, fondò e diresse una scuola a Rodi, dove ebbe tra gli uditori Cicerone e Pompeo. Grande viaggiatore, soggiornò in Egitto, Palestina, Italia, Gallia e Spagna. Rappresentante della Media Stoa (stoicismo di mezzo), elaborò un sistema filosofico sincretistico, platonizzante, teso ad armonizzare Essere e Cosmo (concepito come vivente). Spirito enciclopedico, avvicinato ad Aristotele per i molteplici interessi storico scientifici (fu geografo, etnografo, fisico, matematico, astronomo), morì all'età di 83 anni, durante un viaggio ufficiale a Roma (in qualità di ambasciatore).

PROCLO,
 filosofo greco (Costantinopoli, 412 d.C.-Atene, 485). Allievo di Olompiodoro il Vecchio ad Alessandria. Studiò alla scuola neoplatonica di Atene, dove ebbe come insegnante Plutarco. Successe alla direzione della scuola, dopo la morte di Domnino. Commentatore di molti dialoghi platonici (Timeo, Cratilo, Parmenide, Teeteto, Repubblica). Elaborò una originale concezione del ritmo cosmico in tre fasi (l'Uno come causa prima, essere permanente in sè/ il processo per cui l'Uno esce fuori di sè generando il molteplice/ il processo di ritorno del molteplice all'Uno). Tale suddivisione prelude in qualche modo alla dialettica hegeliana. Altrettanto importanti furono le speculazioni intorno alla nozione dell'Uno (principio al di là dell'essere, inconoscibile, ineffabile, oggetto di conoscenza intuitiva e gnostica). Morì ad Atene, ultimo grande filosofo sistematico neoplatonico.

PROTÀGORA,
1) filosofo greco (Abdera, 486-410 a.C. circa). Maestro di oratoria e dialettica ad Atene, ebbe fra i suoi discepoli Isocrate, Prodico di Ceo e Callia. Fu il massimo esponente della scuola sofista. Amico di Pericle e Euripide, accusato di ateismo in seguito alla pubblicazione dell'opera "Sugli dei" (Perì theon), per evitare la "fredda coppa di Socrate", fu costretto alla fuga. Perì in un naufragio nel 410. Della produzione filosofica di Protagora restano soltanto pochi frammenti. Due particolarmente importanti. Una dichiarazione agnostica contenuta nel testo "Sugli dei" (nulla sappiamo della divinità) e la frase iniziale dell'opera "La verità" (Aletheia): "L'uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono in quanto sono; di quelle che non sono in quanto non sono". Protagora espresse una concezione contraria al naturalismo oggettivo dei primi filosofi greci, eliminando la contraddizione fra essere e parere. Verità e opinione venivano dunque a coincidere. In ciò stava la regione d'essere dell'oratoria sofista (rendere più forte il discorso più debole): la "verità" di uno poteva diventare la "verità degli altri". Da ciò l'efficacia demiurgica della parola capace di imporre la propria forza e la necessità della retorica.
2) PROTÀGORA  il Periegeta, geografo greco (II-III sec. d.C.). Si occupò di misurazioni fisiche. Disegnò alcune cartine. Prese in esame una serie di notizie paradossografiche. Venuto dopo Tolomeo, anticipò le teorie di Marciano. Scrisse un'opera in sei libri intitolata "Geografia dell'ecumene".

SENECA LUCIO ANNEO
Seneca
(Cordova 4 a.C.-Roma 65 d.C.), uomo politico, filosofo, letterato, drammaturgo e scienziato. particolarmente votato nella tragedia e nelle opere filosofiche e scientifiche. Scampò per miracolo a una condanna a morte che Caligola, per invidia delle sue facoltà oratorie, gli avrebbe voluto comminare; Claudio lo fece esiliare in Corsica con l'accusa di adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola; dopo otto anni di esilio, Agrippina Minore, la seconda moglie di Claudio, lo fece richiamare e gli affidò l'educazione del figlio, il futuro imperatore Nerone. Morto Claudio, Seneca divenne consigliere di Nerone il quale, all'inizio, lo tollerò, poi lo costrinse a ritirarsi a vita privata. Nel 65, secondo quanto riferiscono gli Annali di Tacito, fu accusato di avere partecipato alla congiura dei Pisoni (è incerto se sia stato coinvolto) contro Nerone e costretto al suicidio su ordine dello stesso imperatore, sorte che accettò con serenità e fermezza, coerentemente con le sue convinzioni più profonde. Di lui rimangono: lo "Apokolocyntosis" (Apoteosi della zucca [del divo Claudio]), 9 tragedie ("Agamennone", "Ercole furioso", "Ercole Eteo", "Medea", "Edipo", "Fedra", "Le Fenicie", "Le Troiane", "Tieste"). Col nome di "Dialoghi" (libri XII) furono raccolte, le seguenti opere filosofiche: "La Provvidenza", "La coerenza del saggio", "L'Ira", "La consolazione a Marcia", "La vita beata", "L'ozio", "La tranquillità dell'animo", "La brevità della vita", "La consolazione a Polibio", "La consolazione a Elvia". Altre opere: "La clemenza", "Sette libri sui benefici" e, infine, "Epistole morali a Lucilio", che sono considerate il capolavoro di Seneca: sono 124 lettere che costituiscono, in un certo modo, un corso di filosofia morale. Per l'ideale etico assai elevato contenuto in questa opera, l'autore venne considerato un Cristiano: in realtà fu essenzialmente stoico. Sostanzialmente la sua etica è un'apologia della volontà morale di fronte a tutto ciò che possa sminuirla. Condanna lo schiavismo, esalta l'amore del prossimo e il perdono.

SENOCRATE,
1) filosofo greco (Calcedonia 400 circa-314 a.C.). Discepolo di Platone, fu direttore dell'Accademia dal 339; delle sue 60 opere restano pochi frammenti, dai quali si deducono alcuni tratti essenziali del suo pensiero e cioè lo sviluppo in senso pitagorizzante del pensiero del maestro e la sua inclinazione razionalistica e sistematica.

SENOFANE di Colofone, (565-470 a.C.). Nato a Colofone in Asia Minore, compose un poemetto sulla Fondazione di Colofone e uno sulla Colonizzazione di Elea, e poi elegie, una raccolta di Silli (scherni, beffe) e il poema filosofico Intorno alla natura. Abbandonata la sua città in seguito all'invasione persiana, viaggiò a lungo facendo il mestiere di rapsòdo. Scrisse elegie, componimenti satirici (Silli) e il trattato filosofico "Sulla Natura"; dagli scarsi frammenti pervenutici è possibile ricostruire la sua critica dell'antropomorfismo della religione greca: ognuno raffigura gli dei a propria immagine e somiglianza, così che, se gli animali sapessero disegnare, dice Senofane., gli dei avrebbero forma di animali. A questa concezione popolare per la quale Senofane criticò aspramente poeti come Omero ed Esiodo, egli contrappose una concezione molto elevata del divino: unico, immobile, in grado di realizzare ogni cosa con il potere della propria mente. A lui si deve la prima concezione dell'onnipotenza divina.
 

SIMMIA,
1) filosofo pitagorico (V secolo a.C.). La sua figura compare nel "Fedone" di Platone, in cui partecipa, insieme con Cebete, alla discussione promossa da Socrate sull'immortalità dell'anima.
2) Simmia, grammatico e poeta alessandrino (fine IV secolo a.C.). Compose una raccolta di glosse e quattro libri di poesie di contenuto diverso, tra le quali epilli e carmi mitologici ed eziologici.

SOCRATE
1) filosofo greco (470-399 a.C.) non scrisse nulla e le notizie a noi giunte sulla sua vita e sul suo pensiero sono contenute in opere di Platone ("Dialoghi socratici"), di Senofonte ("Detti memorabili di Socrate" e "Apologia di Socrate") e di Aristotele ("Metafisica, Etica Nicomachea").

Seneca e Socrate
Nacque in Atene da Sofronisco, scultore, e da Fenarete, levatrice. All'esercizio di qualsiasi professione, preferì lunghe e dotte dissertazioni coi giovani ateniesi, sui problemi filosofici. In tarda età sposò Santippe dalla quale ebbe tre figli. Conobbe Anassagora e il suo pensiero e i più eminenti sofisti. Partecipò alla guerra del Pelopponeso, comportandosi da soldato valoroso, e alla vita politica, dando mirabile esempio di rettitudine morale. Il governo democratico ultramoderato e demagogico instaurato da Trasibulo dopo la caduta dei Trenta Tiranni (403), nel tentativo di spazzar via gli elementi ritenuti perturbatori (sofisti e S.) dell'ordine, rivolse a Socrate, per bocca di Meleto, l'accusa di voler "corrompere i giovani" e di non credere agli dèi. Durante il processo, pur sapendo che esso era una burla iniqua e che il suo destino era già segnato, Socrate si difese per lasciare con la sua argomentazione un messaggio morale, ma rifiutò sdegnosamente di sottrarsi (come avrebbe potuto, mediante la fuga) alle conseguenze della condanna a morte. Egli volle così testimoniare il dovere di obbedire alle leggi dello Stato, anche se ingiustamente applicate. Bevve serenamente la cicuta dopo aver discusso coi suoi discepoli sul problema dell'immortalità dell'anima. Socrate opera una rivoluzione nel campo del pensiero, poiché da un mondo esteriore, sia esso della natura o del mito, rivolge l'attenzione sull'uomo e ne comprende anzitutto l'essenziale ed esclusiva funzione di essere razionale. Mediante il ragionamento l'uomo deve riuscire a "conoscere se stesso", le sue possibilità, i suoi poteri e i suoi limiti. Questo sarà possibile soltanto se egli si convincerà di "sapere di non sapere", così da evitare le false astrazioni (posizione antisofistica); una volta convinto di ciò gli riuscirà possibile mediante un attento processo di ricerca trarre dal suo stesso intimo, con arte maieutica, la verità, cioè traducendo il concetto universale che la ragione ha formato, per sintesi, dal particolare. La verità assoluta rimane tuttavia inaccessibile (motivo sofistico); essa verrà sempre ricercata dall'uomo mediante l'indagine filosofica e mai raggiunta; onde il vero sapiente può dirsi tale solo quando riesce a confessare a se stesso di non sapere. Poiché la luce emana dalla ragione, anche l'attività pratica deve essere determinata dall'attività razionale. Per Socrate è possibile fare il bene solo quando se ne sia avuta conoscenza, il male viene compiuto involontariamente per difetto di scienza. Essendo, d'altra parte, fine ultimo dell'uomo la felicità (eudemonismo), questa può essere raggiunta solo da colui che più sa; l'uomo sapiente è anche uomo virtuoso.
2) Socrate scultore greco attivo a Tebe nella prima metà del V secolo a.C. Secondo Pausania, fu autore della statua di Cibele Dindimene, posta nel santuario di Tebe.

SOLONE,
legislatore d'Atene e poeta (639-559 a.C.). Pose le basi della costituzione timocratica da lui detta costituzione di S., per cui la popolazione fu divisa in 4 classi, secondo criteri di censo, presi sulla base della proprietà fondiaria di ciascun cittadino; istituì, a fianco dell'Areopago, un consiglio di 400 membri (100 per tribù). Compose diverse poesie (5000 versi. ma ne restano solo 280, in dialetto ionico) una ("Salamina"), giovanile, per eccitare gli Ateniesi alla riconquista di Salamina, poi "Esortazioni", ecc.; la sua poesia, di carattere gnomico, esalta i valori della giustizia. Vuole la leggenda che Solone sia morto esule a Cipro, dopo l'avvento dei Pisistratidi. Fu annoverato fra i sette sapienti e protagonista di varie leggende.

STILPONE,
filosofo (Megara IV sec. a.C.), maestro di Zenone, fu un seguace della scuola filosofica cinica, invocando una rigidità morale e un distacco dagli eventi del mondo, che influenzò gli Scettici.

STRATONE
di Lampsaco, filosofo (-Lampsaco 270 ca a.C.), fu discepolo di Teofrasto e scolarca della scuola peripatetica, prediligendo le ricerche naturalistiche, cui impresse la sua visione incline al meccanicismo e all'immanentismo. Leopardi lo scelse come portavoce del proprio materialismo in "Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco".

TALETE
di Mileto filosofo, matematico e astronomo greco (ca. 634-ca. 548 a. C.). Grande viaggiatore, fu in Egitto e a Babilonia. In questi viaggi venne a contatto con le culture scientifiche di quei Paesi. Conobbe le tavole astronomiche e gli strumenti babilonesi per cui è indubbia l'influenza orientale sulla scuola di Mileto. Il teorema che gli viene attribuito, insieme ad altre scoperte, probabilmente fu conosciuto da Talete in Babilonia. Alla ricerca di un'origine unitaria della natura, la identificò nell'umidità, di cui sono impregnate tutte le cose. Non si può tuttavia vedere in essa un vero principio o elemento primo, ma piuttosto il riecheggiare di antiche cosmogonie, che parlavano di masse vorticose d'acqua nel caos primigenio. Unica differenza: l'umidità di Talete è immanente al mondo fisico (ilozoismo) senza l'impulso creativo di forze divine dell'extra. Secondo Aristotele sarebbe un principio divino immanente alla materia e quindi si sarebbe in presenza di un "ilozoismo panteistico".
Teorema di Talete
Due rette complanari intercettano su un sistema di rette parallele del loro piano segmenti tali che quelli corrispondenti hanno lunghezze in proporzione.

TEODORO
di Cirene, detto l'Ateo, filosofo greco vissuto tra il IV e il III sec. a.C., uno dei più validi rappresentanti della scuola cirenaica, insieme ad Egesia e Anniceri. Come riferisce Diogene Laerzio, la dottrina etica di Teodoro era fondata sul principio che l'uomo deve tendere all'equilibrio e al giusto mezzo, abbandonando i piaceri momentanei. Avrebbe scritto l'opera "Sugli dei", di cui, però, nulla ci è pervenuto.

TEOFRASTO
filosofo e scienziato greco (Ereso, isola di Lesbo 371-Atene 287 a.C.). Discepolo di Aristotele, assunse nel 322 la direzione del Liceo quando il maestro dovette sfuggire alle persecuzioni del partito antimacedone, dando un indirizzo naturalistico con studi di botanica, biologia e fisiologia. Delle 240 opere indicate da Diogene Laerzio, ci sono pervenute la "Storia delle piante", le "Cause delle piante" e i "Caratteri", in cui Teofrasto applica il metodo empirico-descrittivo alla realtà etica e psicologica Tra le altre opere: "Metafisica", "Sulle sensazioni".

ZENONE
Zenone
Diversi furono i personaggi ad avere questo nome, di seguito ve ne elenco alcuni:
1) Zenone di Sidone, filosofo epicureo di origine greca del I-II sec. a.C. Insegnò ad Atene fino al 78 a.C. ed ebbe tra i suoi discepoli anche Cicerone e Filodemo. In uno scritto di quest'ultimo Zenone ci viene descritto come uno studioso di gnoseologia.
2) Zenone di Rodi, storico di origine greca del II sec. a.C. Autore di un'importante storia di Rodi, che fu ripresa da Polibio.
3) Zenone di Elea, filosofo greco del V sec. a.C., discepolo di Parmenide e seguace della scuola eleàtica (v.). Famosi i suoi paradossi (in particolare quello relativo ad Achille e la tartaruga) e sofismi, che ebbero influenza sull'elaborazione della logica matematica applicata dai geometri greci posteriori. Fu anche uomo politico e pare sia morto difendendo il suo Paese contro la tirannide. Basandosi sulla teoria parmenidea dell'Essere-Uno, formulò alcune argomentazioni per confutare le dottrine pitagoriche sul tempo e lo spazio, provando l'indimostrabilità razionale della pluralità e del movimento: infatti quando li si vuole dimostrare si cade in illazioni assurde e che rinnegano le proprie premesse. In particolare, contro il movimento formulò quattro argomenti divenuti famosi: della dicotomia, di Achille e la tartaruga, della freccia, dello stadio. La problematica sollevata da Zenone ha stimolato indagini fisico-matematiche che hanno portato al calcolo infinitesimale. Al filosofo sono attribuite: Disputazioni, Esegesi degli scritti di Empedocle, Contro i filosofi, Della natura.
4) Zenone di Cizio, filosofo greco (336-263 a.C.), dell'isola di Cipro, fondatore in Atene dello stoicismo (v.).
Questo sotto anche se non è un filoso, per la cronaca lo riportiamo ugualmente.
5) Zenone, imperatore d'oriente (Isauria 430-491). Nativo dell'Asia Minore, fu comandante dell'esercito di Leone I, di cui sposò la figlia Ariadne. Alla morte di Leone I, gli succedette (474). Uno dei suoi atti più importanti fu la promulgazione dell'enòtico. per sedare le lotte religiose che travagliavano l'Oriente. Nel 487 mandò in Italia Teodorico, re degli Ostrogoti, per combattere Odoacre.


COMPENDIO DELLA STORIA DELLO STOICISMO

L'antico stoicismo
(Zenone, Cleante, Crisippo) che si estende dal III secolo (Zenone di Cizio, il fondatore della Scuola, è morto nel 264) fino all'inizio del II secolo a.C. Ci restano di questa scuola soltanto dei frammenti e dei rapporti di commentatori; a questi stoici antichi bisogna ricollegare le grandi dottrine cosmologiche, logiche, religiose di cui si ritroveranno le tracce in altra epoca.
Il medio stoicismo (Panezio, Posidonio) corrisponde al II secolo prima della nostra era. Esso si ricollega, volente o nolente, all'eclettismo ellenico e alle dottrine aristoteliche e platoniche, contro le quali insorgeva l'antico stoicismo.
Lo stoicismo romano dell'epoca Imperiale (Seneca, Epitteto, Marco Aurelio) corrisponde ai due primi secoli dell'era cristiana. Si limita alla riflessione morale e si inserisce per molti aspetti nell'indirizzo eclettico, dimostrando un particolare interesse per il problema religioso.

Caratteristiche generali dello stoicismo.

La logica.
Il termine logica viene adoperato per la prima volta da Zenone, per indicare la scienza che studia i "logoi", o discorsi. Secondo gli stoici la conoscenza è esclusivamente materiale, e in quanto tale deriva dai sensi, che registrano passivamente la realtà esterna. Dall'insieme delle rappresentazioni sensibili si formano i concetti generali (prolepsi), che concernono l'universale ma hanno una dimensione esclusivamente mentale, in quanto l'universale non ha una sua realtà. Le nozioni che sono comuni a tutti gli uomini non sono innate, ma hanno origine dal fatto che l'apparato sensoriale è simile in tutti gli individui ed esiste un certo numero di dati sensoriali che sono comuni a tutti gli uomini. La sensazione rappresenta quindi l'elemento fondamentale della conoscenza, ma non la esaurisce: è necessario, infatti, l'intervento dell'intelletto che deve giustificare la rappresentazione sensoriale come pienamente adeguata all'oggetto. In tale giudizio, definito "rappresentazione catalettica" si identifica il criterio di verità della conoscenza.
Zenone esprime il processo della conoscenza attraverso l'immagine della mano, che, tutta aperta con le dita tese, rappresenta l'anima che riceve passivamente i dati sensibili; poi la mano piega le dita, a rappresentare l'anima che esprime assenso; la mano stretta a pugno esprime la comprensione catalettica, le due mani strette una sull'altra esprimono la scienza, come connessione di tutte le conoscenze, che dà il vero possesso dell'oggetto.

La fisica.
Gli stoici concepiscono la realtà come un unico organismo materiale fornito di vita e di movimento. In esso la materia rappresenta il principio passivo, mentre il principio attivo è rappresentato dall'anima, anch'essa materiale, che è caratterizzata dall'intelligenza e rappresenta per gli stoici la divinità che regge il mondo secondo un criterio finalistico e provvidenziale. Questa divinità si identifica col fuoco, un soffio (pneuma) vitale che possiede in sé i principi dell'origine di tutte le cose (semi razionali) e si manifesta con gradi diversi di intensità secondo gli esseri, e come ragione nell'uomo, per cui conduce ogni essere alla realizzazione spontanea della sua natura, secondo un disegno provvidenziale.
L'universo segue così un ciclo vitale suo proprio fino alla conflagrazione universale, in cui avverrà il disintegrarsi delle cose nell'unità originaria, da cui poi riprenderà nuovamente il ciclo, per l'eternità. Tutto ciò che accade nel mondo si inserisce nel processo di realizzazione della finalità propria di ogni essere, quindi si può considerare come bene, mentre il male non esiste come entità che si contrappone al bene, ma costituisce solo un momento necessario della realizzazione dell'armonia che regola l'universo.
La morale. Il riconoscimento della necessità dello sviluppo dell'universo secondo il fine che gli è proprio, induce gli stoici a far coincidere la felicità con l'adesione volontaria e consapevole a questo processo, che per l'uomo consiste nel l'utilizzare la ragione, che è la facoltà che lo caratterizza, per realizzare l'accordo con se stesso e con la natura. Il fondamento dell'etica stoica si può esprimere con la formula vivere secondo natura.
Il dovere è il principio che deve rendere le azioni dell'uomo conformi alla sua legge, che è la legge della ragione. Gli stoici chiamano dovere ciò la cui scelta può essere razionalmente giustificata... Delle azioni compiute per istinto alcune sono doverose, altre contrarie al dovere, altre né doverose né contrarie al dovere. Doverose sono quelle che la ragione consiglia di compiere, come onorare i genitori, i fratelli, la patria e andar d'accordo con gli amici.
Contro il dovere sono quelle che la ragione consiglia di non fare...
(Diogene Laerzio, Vll, 107-109). La nozione stoica del dovere ha come sua conseguenza la giustificabilità del suicidio, che il saggio è tenuto a compiere quando non sussistano le condizioni per realizzare pienamente ciò che la ragione gli detta; e molti dei filosofi stoici posero fine alla loro vita per tenere fede a questo concetto.
Il dovere coincide col bene, cioè con la virtù, quando diventa una disposizione costante dell'animo dell'uomo saggio, e in questo modo costituisce la vera felicità, cioè l'adesione all'ordine razionale dell'universo. L'accettazione di tutti gli avvenimenti che riguardano la vita individuale o collettiva e l'annullamento dei sentimenti e delle passioni che indurrebbero l'individuo a voler modificare il corso degli avvenimenti costituiscono per il saggio la realizzazione della virtù e quindi la felicità intesa come apatia , assenza di emozioni e di passioni, identificazione della volontà dell'individuo con la necessità del mondo. L'universalità della ragione induce l'uomo a un senso di solidarietà verso tutti gli uomini, al di là dell'appartenenza a un determinato Stato: Zenone raffigurava, infatti, l'umanità come un gregge governato da una legge comune.
Lo stoicismo romano. Si sviluppa particolarmente nel I secolo d.C. con l'affermarsi dell'impero e il dilagare della violenza, in quanto rappresenta un rifugio nei confronti del mondo esterno e una garanzia di libertà interiore. I maggiori rappresentanti sono:

Seneca
che fu maestro e ministro di Nerone, di cui ci sono giunti numerosi trattati morali, 124 lettere all'amico Lucilio e le Questioni naturali;

Epitteto
, nato in Frigia, che fu schiavo di un liberto di Nerone e che in seguito, liberato e avuta la possibilità di istruirsi, si dedicò all'insegnamento; delle sue opere ci sono giunte quattro dissertazioni raccolte dal suo discepolo Fabio Arriano, e un Manuale, in cui sono affrontati problemi morali, che venne tradotto da Giacomo Leopardi.
L'imperatore Marco Aurelio fu anch'egli fra i massimi esponenti dello stoicismo romano, e lasciò i Pensieri, che ci sono giunti integralmente.

Seneca riprende il concetto della solidarietà universale fra gli uomini mettendo in particolare risalto la presenza di Dio in ogni individuo, e la necessità dell'amore reciproco. Epitteto rileva che Dio è il padre di tutti gli uomini, e Marco Aurelio afferma che questa paternità è fondata sull'intelligenza, che è parte di Dio, e in virtù di questo rapporto di parentela gli uomini devono amarsi l'uno con l'altro. È proprio dell'uomo amare anche chi lo percuote. Devi avere presente che tutti gli uomini ti sono parenti, che essi peccano solo per ignoranza e involontariamente, che la morte incombe su tutti, e specialmente, che nessuno può intaccare la tua ragione  (Vll, 22).
La morte viene interpretata come liberazione dell'anima e inizio di una vita vera. Questi elementi, che avvicinano notevolmente la dottrina stoica al cristianesimo, fecero supporre dei contatti fra i suoi esponenti e i primi cristiani, e si è anche parlato di uno scambio di lettere fra Seneca e San Paolo. Ma di tutto ciò non esistono prove.
Il giardino di Epicuro.

Epicuro conobbe la filosofia di Democrito, dalla quale fu notevolmente influenzato, anche se se ne distaccò in seguito; insegnò ad Atene, nel giardino in cui si radunavano i seguaci della sua dottrina, ai quali richiedeva fedeltà assoluta ai suoi insegnamenti. Gli scritti di Epicuro che sono giunti fino a noi sono: tre lettere, una raccolta di Massime capitali e il testamento; della sua opera più importante, intitolata Della natura sono stati scoperti recentemente dei frammenti nei papiri di Ercolano. L'epicureismo si diffuse notevolmente in Grecia e soprattutto a Roma, in cui venne scritta da Tito Lucrezio Caro (96-53 a.C.) l'opera De rerum natura che esponeva il pensiero di Epicuro mettendo in risalto soprattutto la liberazione dalla paura della morte e degli dei.
Per Epicuro lo scopo della filosofia è quello di condurre gli uomini alla felicità, liberandoli da tutti i timori che possono impedire loro di raggiungere questo obiettivo. Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti del dolore e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura  (Massime capitali, 11).
La filosofia quindi si presenta agli uomini come un quadruplice farmaco: in primo luogo vuole liberare gli uomini dalla paura degli dei, dimostrando che il mondo è regolato da una legge di necessità e gli dei sono quindi estranei a tutte le vicende umane; vuole eliminare il timore della morte in quanto essa per gli uomini non esiste; Quando ci siamo noi la morte non c'è, quando c'è la morte non ci siamo noi (Lettera a Meneceo, 124); vuole inoltre dimostrare la facile raggiungibilità del piacere e la provvisorietà del dolore. La filosofia si distingue in tre parti: la logica, la fisica e la morale.

La logica di Epicuro si fonda sulla sensazione: essa è l'unico strumento di conoscenza vera, sulla quale si basa ogni criterio di verità. Accettando la teoria di Democrito, egli afferma che le sensazioni sono determinate dagli atomi che si separano dalle cose per impressionare l'anima dell'uomo. Le esperienze successive e ripetute determinate dalla sensazione permettono di formulare i concetti tramite il linguaggio, che impone un unico nome a sensazioni distinte ma simili. I concetti permettono quindi delle anticipazioni di sensazioni future, pur rimanendo sempre legati all'esperienza sensibile. L'errore non può essere imputato alla sensazione, in quanto questa è determinata direttamente dalle cose sull'anima che la recepisce passivamente, è da attribuire invece al modo in cui vengono interpretati e giudicati i dati dell'esperienza sensibile.  

La fisica. Epicuro interpreta l'universo secondo la fisica di Democrito, e considera quindi la realtà come costituita da atomi il cui movimento è regolato da leggi determinate e necessarie, che escludono ogni possibilità di intervento da parte dell'uomo. Per spiegare l'origine del mondo egli introduce una variazione rispetto alla dottrina democritea, facendo uso del concetto di clinamen, una deviazione cioè del tutto casuale che interrompe la caduta verticale degli atomi legata alla necessità e permette il formarsi di un movimento vorticoso da cui hanno origine i corpi per l'aggregazione degli atomi stessi. I mondi che ne risultano sono infiniti e soggetti a fasi cicliche di nascita e di morte. Anche l'uomo è costituito da queste aggregazioni di atomi, più pesanti quelli che ne formano il corpo, più leggeri quelli che formano la sua anima. che risulta comunque anch'essa materiale. La necessità che regola l'universo, spezzata solo dal clinamen, esclude ogni intervento divino e ogni provvidenza. Gli dei esistono, ma non si occupano del mondo e degli uomini; gli uomini non hanno quindi alcuna ragione di temerli.

La morale. Epicuro considera propria della natura umana la tendenza a raggiungere il piacere e ad evitare il dolore e lo scopo della sua dottrina è proprio quello di indirizzare l'uomo alla realizzazione delle sue caratteristiche fondamentali. Egli dà una definizione negativa del concetto di piacere, che identifica con la mancanza di dolore, e riconosce come unica possibilità per l'uomo di raggiungere la felicità, I'aponia, o mancanza di dolore, e l'atarassia, o mancanza di turbamento. Questo tipo di piacere si ottiene con la soddisfazione dei bisogni naturali e necessari, che sono indispensabili al benessere dell'uomo; è da evitare invece la soddisfazione di esigenze non essenziali, che conducono a un piacere momentaneo, che deve essere continuamente alimentato dalla soddisfazione di sempre nuovi bisogni.
Nei confronti dei piaceri è necessario quindi fare un calcolo saggio e prudente per scegliere le soddisfazioni dei soli bisogni che possono condurre a una condizione duratura di serenità, in modo che l'uomo non sia soggetto a tutto ciò che gli si impone come necessario. Ad ogni desiderio bisogna porre la domanda: che cosa avverrà se esso viene appagato? Soltanto l'accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non divenga schiavo dei bisogni e della preoccupazione per l'indomani. Ma questo calcolo può essere dovuto solo alla saggezza (frònesis). La saggezza è anche più preziosa della filosofia, perché da essa nascono tutte le virtù e senza di essa la vita non ha né dolcezza, né bellezza, né giustizia  (Lettera a Meneceo, 132). Il saggio è quindi colui che raggiunge l'aponia e l'atarassia sapendo gerarchizzare i suoi desideri e affidandosi abilmente al calcolo dei piaceri che potrà ricavarne.

Secondo Epicuro
i piaceri hanno un carattere esclusivamente sensibile, o riconducibile comunque alla sensibilità:  Per mio conto io non so concepire che cosa è il bene, se prescindo dai piaceri del gusto. dai piaceri d 'amore, dai piaceri dell'udito, da quelli che derivano dalle belle immagini percepite dagli occhi e in generale da tutti i piaceri che gli uomini hanno dai sensi. Non è vero che la gioia della mente è un bene; giacché la mente si rallegra nella speranza dei piaceri sensibili nel cui godimento la natura umana può liberarsi dal dolore  (Cicerone, Tusculane, 111, 18, 42; fr. 69).
La partecipazione dell'uomo alla vita pubblica viene sconsigliata da Epicuro, in quanto facilmente può giungere a turbare la tranquillità dello spirito; mentre invece l'isola mento nell'ambito del la propria vita familiare è la condizione più favorevole per il raggiungimento della serenità: vivi nascosto è, infatti, il motto che meglio ha espresso il disinteresse dell'epicureismo per l'attività politica. L'isolamento dalla vita pubblica non esclude tuttavia la disponibilità per i rapporti umani che si svolgono nell'ambito della sfera privata; gli epicurei, infatti, elogiavano l'amicizia come rapporto che non Si basa sulla ricerca di un utile, ma che tuttavia non lo esclude completamente, in quanto essa è costituita anche dalla certezza di poter contare sull'aiuto e la solidarietà degli amici. Gli Epicurei stessi coltivarono numerose amicizie che divennero famose per la loro profondità.

PRESOCRATICI

Caratteri generali
La ricerca di un principio che spieghi le origini e le leggi dell’niverso si sviluppa, a partire dal secolo VI, abbandonando progressivamente il mito e sostituendolo con l'osservazione critica. La verifica della realtà tendeva a rendere inutilizzabile l’nterpretazione della natura basata sulla fantasia quando sempre più la Grecia si impegnava contro la minaccia dei Persiani e sviluppava al massimo la sua civiltà durante il periodo di Pericle. La necessità di un orientamento nell'ambito della molteplicità delle apparenze della natura in continuo divenire determina la ricerca di una legge che identifichi l’nità del reale. Si vuole conoscere la sostanza fondamentale di ogni cosa, che permane al di là di ogni mutamento, spiega l'origine nel tempo di tutti gli elementi della realtà e costituisce la legge che ne regola il divenire. I filosofi di questo periodo sono detti presocratici in quanto precedono nel tempo la filosofia di Socrate, rivolgendo il loro interesse soprattutto alla natura, mentre Socrate dà origine alla fase antropologica della filosofia greca.

Le scuole filosofiche
Il movimento filosofico dei presocratici è distinto in varie scuole: ionica, pitagorica, eleatica, atomistica, che si svilupparono in Asia Minore e nella Magna Grecia (Italia meridionale e Sicilia); solo alla metà del V secolo uno dei presocratici più importanti, Anassàgora di Clazomene, si stabilisce ad Atene. Il termine scuola si riferisce a un movimento di pensiero che si forma attorno a personaggi di grande fama, i quali attraggono attorno a sé studiosi di diversa levatura che si ispirano liberamente al pensiero del maestro realizzando in modo autonomo le loro ricerche.Il termine filosofo indica un uomo dal sapere enciclopedico, il cui problema fondamentale può essere enunciato in questo modo: come si è formato l'universo? La terra, il cielo, gli astri, da dove vengono? Qual è il loro principio primo? Qual è la legge che regola i ritmi delle loro trasformazioni e del loro movimento? La filosofia dei presocratici utilizza come strumento l'indagine critica sulla realtà al di là di ogni dogma e di ogni tradizione, osservando i fenomeni naturali e cercando di interpretarli razionalmente. Si verifica quindi un profondo distacco dalla cultura orientale, che era basata sul rispetto della tradizione e sulla trasmissione da parte dei maestri ai discepoli del contenuto di libri considerati sacri.
L’utonomia del pensiero basata sulla ragione costituisce quindi il carattere fondamentale della filosofia greca, che si manterrà costante dalle origini lungo tutto il suo sviluppo.  
Prima generazione alla ricerca della sostanza prima. I filosofi della scuola ionica di Mileto e le sette pitagoriche propongono vasti temi cosmologici, riconducendo la varietà delle cose a un'unica sostanza (l’ria, o l'acqua, o il numero, a seconda della dottrina). A Mileto, capitale della lonia nell'Asia Minore, si sviluppa la prima scuola filosofica durante tutto il secolo VI e rivolge la sua ricerca alla identificazione della sostanza primordiale, che, secondo la concezione ilozoista, contiene in sé la forza che è principio della molteplicità e del divenire.
Il Fondatore della scuola è Talete, che non lasciò scritti e che conosciamo attraverso le opere di Aristotele:  Talete dice che il principio è l'acqua; prendeva forse argomento dal vedere che il nutrimento di ogni cosa è umido e persino il caldo si genera e vive nell’mido: ora ciò da cui tutto si genera è il principio di tutto. Perciò si appigliò a tale congettura, ed anche perché i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è nelle cose umide il principio della loro natura.
L'identificazione della materia primordiale nell'acqua risulta influenzata da credenze mitiche, chiaramente presenti in Omero.
Talete non fu solo un filosofo, ma anche matematico e astronomo, oltre che politico; trovò la dimostrazione di alcuni teoremi geometrici, probabilmente utilizzando conoscenze acquisite in Egitto. Riuscì a misurare le piramidi basandosi sulla lunghezza delle loro ombre; predisse l'eclisse solare del 28 maggio 585 a.C. ed inoltre, come riporta Erodoto promosse l'unione dei Greci della Ionia in uno stato federativo con capitale Teo.
Anassimandro fu il primo filosofo che lasciò un'opera scritta, intitolata Intorno alla natura: in essa definisce la sostanza primordiale come  Àpeiron”, indefinito, che comprende tutta la materia allo stato indistinto e indefinito (aòriston). Dal movimento eterno che anima la materia infinita e indistinta ha origine la separazione degli elementi contrari (caldo, freddo, ecc.) dai quali si generano tutte le cose e i mondi infiniti che poi tornano a dissolversi nell'àpeiron dopo aver concluso il loro ciclo vitale secondo una legge prestabilita.
La legge che governa il mondo nel succedersi dei suoi cicli è parte dell'infinito, che risulta quindi al tempo stesso sostanza prima e norma eterna secondo la quale si realizza la molteplicità e il divenire. Il fatto che l'infinito non sia costituito da nessuna delle sostanze presenti nella realtà lo caratterizza come privo di corporeità e dotato di infinita estensione, quindi come entità trascendente il mondo, divina, definita da Anassimandro per la prima volta non più secondo gli schemi del mito, ma secondo i criteri della ricerca naturalistica e filosofica.
Anassimene, discepolo di Anassimandro, considera l'aria infinita e dotata di movimento come sostanza primordiale, principio di vita sia per l'uomo sia per il mondo, che viene immaginato come un immenso animale. Il movimento dell'aria è caratterizzato dalla rarefazione e dalla condensazione: rarefacendosi l'aria genera calore e si trasforma in fuoco, lampo, sole, ecc., condensandosi genera il freddo e dà origine alla terra, all'acqua, alla pietra, e progressivamente a tutti gli altri elementi della realtà e a infiniti mondi i quali seguono un ciclo prestabilito e tornano poi a dissolversi nell'aria.

I SOFISTI
Verso la metà del secolo V si verificarono dei profondi mutamenti sia nell'ambito della vita politica e culturale di Atene, sia nella ricerca filosofica, che non ha più per oggetto la natura, ma l'uomo. Le teorie filosofiche elaborate fino a quel momento avevano rivelato la capacità dell'uomo di comprendere la totalità dell'universo e lo avevano posto quindi in condizioni di preminenza rispetto agli altri esseri. Inoltre la differenziazione fra conoscenza sensibile, che impedisce la comprensione totale della realtà, e la conoscenza razionale, che permette il raggiungimento della verità, poneva l'uomo di fronte alla necessità di una riflessione sulle sue reali possibilità di interpretazione del mondo.


Le dottrine filosofiche precedenti la metà del V secolo avevano già in sé gli elementi per indurre la ricerca filosofica a una svolta che la portasse ad assumere l'uomo come oggetto fondamentale della sua indagine. Grandissima importanza a questo proposito hanno le condizioni storiche che si verificarono in Grecia in tale periodo. I Greci infatti riescono a vincere i Persiani e a salvare la loro indipendenza, iniziando un periodo di grande splendore economico e culturale. L'attività intellettuale, e filosofica in particolare, si sposta dalle colonie della Ionia e della Magna Grecia ad Atene, dove si sviluppa con grande fervore, anche a causa delle istituzioni democratiche che permettono a tutti i cittadini di partecipare alla vita politica, la quale richiede, come dote fondamentale, una vasta cultura e una capacità oratoria che possa esprimerla adeguatamente.
I Sofisti (Protagora e Gorgia di Lentini) rispondono a questo bisogno, in quanto sapienti disposti ad insegnare ai giovani, desiderosi di intraprendere la carriera politica, la conoscenza della virtù e la retorica, cioè la capacità di riuscire persuasivi nell'esposizione delle loro idee.
I Sofisti si differenziano notevolmente quindi dalle scuole filosofiche precedenti, poiché il loro sapere e la loro ricerca non è di tipo teoretico, ma essenzialmente pratico, in quanto costituisce uno strumento per formare l'uomo e aiutarlo ad orientarsi e inserirsi nell'ambito della vita pratica in generale, e politica in particolare. Il loro insegnamento doveva quindi venire incontro alle esigenze di coloro che aspiravano a diventare classe dirigente, e per questo era retribuito; perciò non poteva fondarsi su presupposti assoluti da imporre come fondamento della verità, ma doveva adattarsi ai valori della società in cui si trovavano ad operare, assumendo quindi un carattere di relativismo che ne divenne la caratteristica fondamentale. I Sofisti, infatti, non fissano la loro attività in alcun centro, ma si spostano in tutte le città della Grecia e delle colonie, ovunque sia richiesto il loro insegnamento, e il contatto con popoli diversi e diverse forme di cultura dà loro il senso della relatività del sapere, che non è mai assoluto ma varia secondo i popoli e secondo i diversi momenti storici. Il loro insegnamento, che si considerava strumentale all'inserimento e all'affermazione degli uomini nella loro società, era basato prevalentemente su dottrine formali come la grammatica, la retorica, di cui essi affermavano in modo spregiudicato il valore, indipendentemente dai contenuti che esse esprimevano e dalle finalità che volevano raggiungere.
Essi furono oggetto di biasimo presso molti contemporanei che vedevano nella loro attività un incentivo alla corruzione e all'abbandono da parte dei giovani dei valori tradizionali. Ebbe particolare risonanza il disprezzo manifestato nei loro confronti da Aristofane nella commedia Le nuvole, che mette in risalto la vacuità della loro sapienza.
I Sofisti furono i rappresentanti della crisi che attraversava il popolo greco e prepararono, attraverso la loro opera di distruzione della cultura tradizionale, un nuovo momento di sviluppo, ponendo l'uomo, con tutte le sue esigenze, al centro del problema filosofico.

CINICI
(dal greco kynikòs, canino) nome dato dal popolo, in segno di disprezzo, ai seguaci della scuola filosofica fondata ad Atene da Antistene, discepolo di Socrate, circa nel 380 a.C. Negavano il valore di ogni convenzione sociale e di ogni distinzione, negavano il valore della cultura, proclamavano che patria di tutti gli uomini è il mondo, sostenevano la necessità per l'uomo di essere autarchico, cioè di bastare a sè stesso, procurandosi da solo soltanto tutto ciò che è strettamente indispensabile. È notissimo fra essi Diogene di Sinope, che si era ridotto a vivere in una botte.

ETICA
termine introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele, con il significato di filosofia morale (cioè quella parte della filosofia che studia i problemi del bene e della morale e della condotta pratica della vita umana) e da allora universalmente accolto in tale accezione. Nella lunga storia dell'etica conviene subito distinguere (sulla scorta di Kant, fondatore dell'etica moderna) sistemi fondati su un principio etico autonomo (dedotto cioè dalla libera volontà dell'uomo) da quelli basati su un principio etico eteronomo (cioè imposto dall'esterno: rivelazione di Dio, determinismo della natura, delle leggi economiche, ecc.). L'etica greca e romana, prima del Cristianesimo, fu in genere eudemonistica (faceva cioè coincidere il bene con la felicità). Fu irrazionalistica nella speculazione dei Sofisti, in fondo concordi che fosse bene quel che piace a ciascuno (relativismo soggettivistico che approda a un arbitrario edonismo). Con Socrate, per certi versi da considerare come il fondatore dell'etica occidentale, il supremo vantaggio utilitaristico si identifica col supremo bene morale. Così anche in Platone, a cui peraltro la conquista del bene sulla terra appare sempre più problematica per il non risolto dualismo dell'anima irrazionale e dell'anima razionale, per cui ripiega sulle dottrine mistiche dell'Orfismo e del Pitagorismo e dichiara possibile la conquista della felicità per l'anima immortale soltanto dopo la morte, dopo la liberazione dal corpo che è tomba dello spirito: solo nel mondo iperuranio l'anima sarà paga, tornata a contemplare le idee. Per Aristotele, che non ammette l'immortalità dell'anima, il bene è per l'uomo una conquista terrena, liberazione da ogni eccesso passionale, capacità di tenersi nel giusto mezzo. L'eudemonismo socratico intanto veniva avvilito a un volgare edonismo dal discepolo Aristippo di Cirene (fondatore della scuola cirenaica), che ammise essere bene tutto ciò che è immediatamente desiderabile. La soluzione edonistica del problema morale fu ripresa da Epicuro e dai suoi discepoli, che vagheggiavano un ideale di atarassia, una tranquillità e immobilità dell'anima, ripiegata su se stessa, paga dei godimenti procuratisi, tanto da non aver più desideri e da non voler uscire da se stessa. Altra deviazione dal pensiero di Socrate fu la dottrina dei Cinici (Diogene, Antistene): per essi l'autogoverno di Socrate divenne autosufficienza e per conseguenza totale indifferenza. Lo Stoicismo, pur reagendo al Cinismo in campo teoretico, lo continuava tuttavia sul piano morale e ne professava gli stessi principi. Epicureismo e Stoicismo, da diverse e lontanissime premesse, approdavano alla medesima estraneità reciproca dell'uomo e del mondo. Col Cristianesimo la speculazione etica del mondo greco-romano veniva totalmente rifiutata e capovolta. Il concetto nuovo dell'amore, la charitas, è l'elemento integralmente originale e rivoluzionario del messaggio cristiano. Tuttavia alcune delle esigenze poste dall'etica classica permanevano: del loro contrasto con l'etica cristiana è permeata tutta la storia della Patristica e della filosofia medievale. Contrasto non vano che valse a chiarire, talora drammaticamente, tanti problemi, a riprendere e ad approfondire soprattutto il concetto di libertà. Il cammino diverso di quel filone che attraverso Paolo e il Platonismo di Agostino giunge a Bonaventura e a Duns Scoto, e di quel filone che attraverso l'Aristotelismo musulmano giunge a Tommaso d'Aquino, chiarirà la propria inconciliabilità soltanto nel Rinascimento, quando questo latente dissidio si complica con quello creato dal nuovo ideale umanistico che riporta l'uomo a considerare non solo l'aldilà ma anche la vita terrena. Di qui, mentre da una volontà di approfondimento religioso sorge il Protestantesimo, si assiste al risorgere di uno spirito di mondano edonismo amoralistico, non infecondo tuttavia se da esso nascono il pessimismo attivo del Machiavelli e del Guicciardini e tutto lo storicismo e la fondazione della politica come scienza. Da Machiavelli a Kant l'individualismo edonistico domina l'etica: gli empiristi inglesi delle varie correnti, Bacone, Hobbes, Locke, Hume, fino ad A. Smith, furono in vario modo i maestri dell'Utilitarismo, che distrusse ogni autonomia della morale di fronte all'immediato interesse concreto e terreno dell'uomo come individuo e come società. Non diversamente i filosofi tedeschi e più gli illuministi francesi, non esclusi Rousseau e Voltaire, finirono per teorizzare uno schietto individualismo edonistico. Soltanto Spinoza e Leibniz sentirono più vivo il problema di adeguare l'uomo a un ordine obbiettivo delle cose. Fu E. Kant a fondare l'etica moderna e a rivendicare con l'imperativo categorico l'autonomia assoluta della legge morale. Più tardi, la polemica del Romanticismo diede adito a un nuovo affiorare, specie in Inghilterra, delle correnti empiristiche e utilitaristiche (Bentham, Stuart Mill ecc.); più tardi ancora, verso la metà del sec. XIX, Materialismo e Positivismo negarono moralità e libertà e riaffermarono la schiavitù dell'uomo da un ferreo determinismo (Spencer, Marx, Ardigò, ecc.). Reagirono in vari modi a queste correnti Rosmini, Gioberti, De Sanctis, Spaventa. Tra gli ultimi anni del sec. scorso e i primi dell'attuale toccò a Benedetto Croce, partendo dalla stessa esperienza etica del Positivismo, combattere la morale del materialismo storico e restaurare il concetto di autonomia della morale.

GNOSEOLOGIA
dal gr. gnôsis=conoscenza e lógos=discorso la dottrina della conoscenza, parte della filosofia che si occupa dell'origine, della natura, del valore e dei limiti della nostra capacità di conoscere.

PERIPATO
nome del viale del Liceo nel quale passeggiava Aristotele con i suoi discepoli mentre disquisiva di filosofia. Dal nome del viale la filosofia aristotelica è stata chiamata peripatetica.
 

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